Lo stigma delle malattie mentali

Lo Stigma, ovvero il marchio, l’etichetta che viene addossata alla persona che soffre di disturbi mentali, è duro a morire perchè ancora si tende a colpevolizzare chi ne soffre e i suoi più stretti familiari.

L’ereditarietà di alcune malattie mentali, come d’altronde tante altre condizioni, è reale ma questa cosa non è certamente una colpa. Se mio nonno avesse avuto i capelli rossi è molto probabile che la sua discendenza sarebbe stata per la maggior parte fulva o bionda chiara. Questa è l’ereditarietà, un continuum di condizioni, belle o meno. Ma mai in nessun caso è colpa di qualcuno. Andando a ritroso discendiamo tutti dallo stesso homo. Stigmatizzando la malattia mentale la si oscura della sua effettiva importanza rendendola oscura e caricandola di pregiudizi.

La persona che soffra di malattie mentali, perchè ahimè si può soffrire anche di più condizioni contemporaneamente, si vergogna, tende a nascondersi o, peggio ancora, a rendere invisibile la sua condizione. Si sforza di apparire sereno con amici e colleghi e quando prova a parlarne con qualche persona fidata viene spesso non creduto.

Perchè? Perchè si vuole togliere la dignità di malattia?

Perchè tutto ciò che riguarda il nostro intimo rimane tabù e l’uomo non vuole prendersi la responsabilità di decidere. Dalla religione pagana a quella cristiana sono sempre stati le divinità a decidere ciò che era sano e giusto, ciò che invece era frutto del peccato e che marchiava l’essere a vita fino alla settima generazione. Il senso del peccato, della punizione per una condizione, che poteva essere uno sfrenato desiderio sessuale oppure ingordigia oppure voglia di possesso estremo erano sempre gravi colpe da addurre al diavolo. Prendere la responsabilità sociale di alcuni fatti e condizioni non è dell’uomo spaventato e timoroso del proprio corpo e dei propri pensieri.

Le decisioni che riguardavano la sfera personale sono state per secoli affari di altri, prima i responsabili del culto, poi i terapisti della psiche e talvolta i referendisti popolari. Cosa spinge le persone a non domandarsi mai cosa può fare la società nel suo insieme per dare dignità alle malattie mentali?

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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Emanuela Fatilli

Emanuela Fatilli nata a Busto Arsizio dove tutt'ora vive, nel 1973 é sposata e madre di due figli Giovanni e Giacomo. Lavora presso l'ospedale di Magenta dal 1996 in qualità di Tecnico di Radiologia. Ha pubblicato il suo primo libro, " La casa infestata che non c'era l'albergo aperto", nell'ottobre del 2018 per la casa editrice milanese "Excogita ". Da settembre 2019 collabora con la WebRadio SenzaBarcode come speaker e autore per il programma Disabilità e Benessere.

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