War Is Over l’inno alla speranza giocando alla guerra

Sabato  23 ottobre, presso il Cinema Savoy di Roma, è stato presentato il documentario War Is Over di Stefano Obino, regista ed anche produttore assieme a Tania Masi.

Direttore della fotografia è William Chicarelli Filho. Preziosa la collaborazione della ONG Aispo (Associazione Italiana per la Solidarietà tra i popoli) che ha permesso alla troupe di accedere a strutture e luoghi, a cui altrimenti sarebbe stato impossibile arrivare. “War is Over è un documentario che vuole focalizzare l’energia che non viene raccontata dai media”. “Questo viaggio all’interno dei vari campi profughi è durato 4 anni”. Così il regista durante il punto stampa prima della proiezione.

Si rileva in effetti, un vero e proprio viaggio alla scoperta del Kurdistan iracheno, un’area profondamente colpita dal durissimo conflitto contro l’Isis non ancora finito – lasciando più di 40 campi profughi, 1,6 milioni di persone in stato di necessità, di cui la metà con meno di 18 anni – e che ha attraversato tutto il paese fino alla città di Sulaymaniyah, non lontana dal confine con l’Iran.

Voce narrante di tutto il documentario è una madre che nella lingua locale riesce a farci passare da uno scenario all’altro della vita quotidiana

Vediamo infatti in sequenza: dei giovani che nuotano, seguiamo una partita di calcio guardando una folla riunita attorno ad un maxischermo, un corriere che consegna pizza a domicilio, dei ragazzi che ballano, dei bambini che giocano dentro casa o che imparano a leggere…tutto farebbe sembrare questa città come una città in cui non esista violenza o degrado, ma al contrario possiamo scorgere sorrisi e felicità per le piccole cose.

Il racconto non segue affatto gli schemi precostituiti che conosciamo sulla guerra o ci si aspetta da un classico storytelling. Se è questo che cercate non è questa la visione. Qui il regista ha voluto che questa sua opera risultasse diversa dalle altre in cui, di solito, la sofferenza è subito pronta e alla mercè dei media.

War Is Over risulta così essere un vero e proprio inno alla speranza e a vedere le cose in modo molto diverso.

Caratteristica di tutto il film sono i suoni che ci trasportano lungo tutto questo reportage in cui si percepisce un’energia ed una voglia di vivere che possa il più possibile risultare normale, e non un teatro di guerra, in opposizione totale alle breaking news.
A testimonianza di questo noi spettatori, che inizialmente pensavamo in uno dei primi fotogrammi di vedere una scena di bombardamento, ci ritroviamo a capire sul finire del film, che questo è solo un gioco che fanno i ragazzi dentro un fabbricato; semplicemente giocano alla guerra.

“Se foste lì, cosa fareste?”, ha domandato il regista, non so se avrei il coraggio di ogni bambino, uomo o donna lì, ma di sicuro il messaggio è arrivato.

Giulia Vinci

Giulia Vinci nasce a Roma nel 1990, dove attualmente vive e lavora come ricercatrice e responsabile eventi scientifici e di divulgazione culturale del GREAL (Geography Research and Application Laboratory) presso L’Università Europea di Roma. Collabora con numerose attività italiane e straniere, partecipando in sinergia a progetti internazionali di valorizzazione del territorio e del patrimonio culturale. Ama viaggiare, la storia e…le nuove sfide!

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