Uguaglianza. Chimera e articolo della Costituzione

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Uguaglianza. Chimera e articolo della Costituzione

Così comincia l’articolo n°3 della Costituzione italiana, sancendo l’uguaglianza tra tutti i cittadini sul piano sociale,giuridico e personale.

Articolo 3 costituzione

Questo articolo ha più di 60 anni ma rimane sempre attuale ed è lì a ricordarci che lo Stato Italiano è ben fornito di norme valide per la tutela dei cittadini,ma che difetta nella loro applicazione. L’Italia è infatti al 80esimo posto su 135 paesi per quando concerne la parità tra uomo e donna,si è posizionata appena dopo Uruguay e Perù in un sondaggio che prende in considerazione dati inerenti la realtà sociale, lavorativa e politica.

Siamo quindi ben lontani dal raggiungimento della parità dei sessi non solo sulla carta,ma anche nella realtà e abbiamo molto da imparare dai paesi del nord Europa,veri pionieri nel settore. Basti pensare che nel Bel Paese la maggiore causa di morte per le donne tra i 20 e i 44 anni è la violenza da parte del coniuge o dell’ex coniuge e che il tasso di occupazione femminile raggiunge a malapena il 47% contro quello maschile che raggiunge circa il 70%.

Tuttavia questi dati stridono con i risultati raggiunti dal gentil sesso là dove vigeva il sistema meritocratico: il 60% dei laureati è infatti formato da giovani donne, che conseguono il titolo in minor tempo dei loro colleghi maschi e spesso con risultati migliori. Una volta arrivate nel mondo del lavoro trovano però davanti a sé un cammino pieno di ostacoli:una donna viene assunta con molta difficoltà rispetto ad un uomo;inoltre per raggiungere gli stessi obiettivi deve non solo lavorare il doppio,ma dimostrare di essere sempre all’altezza affinchè non si pensi che abbia avuto il posto per meriti non inerenti il lavoro. Senza considerare il fatto che le retribuzioni siano, a parità di istruzione ed esperienza, inferiori del 10% a quelle maschili e che una donna abbia meno opportunità di fare carriera e di raggiungere i vertici del potere;per esempio la presenza femminile in parlamento non raggiunge nemmeno un terzo del totale.

Basti pensare alle delle quote rosa,che attraverso l’obbligo dell’inserimento di candidate donne per almeno un terzo nelle liste per le elezioni amministrative sono considerate da molti un insulto al genere femminile,oltre che un modo per far entrare in parlamento chi non lo merita. Ma forse ciò che limita maggiormente la donna nella realizzazione lavorativa è la mentalità comune,gli atteggiamenti non volutamente sessisti che sono entrati a far parte della normalità e che hanno pian piano definito il ruolo della donna nella società. Spesso infatti,pur lavorando,è la moglie che si fa carico delle faccende domestiche, del mantenimento della casa o che in caso di necessità rinuncia al lavoro per badare ai figli,non perché il marito sia sessista,ma per il semplice fatto che sia diventato “normale”. I mass media hanno non poche responsabilità nella creazione del pensiero comune:infatti negli spot pubblicitari la donna viene spesso associata alle faccende domestiche,molto difficilmente si vedrà un uomo che pubblicizza pannolini o detersivi per la casa;ma ancora peggio è il fenomeno della mercificazione del corpo femminile a scopo pubblicitario, le donne seminude sembrano infatti diventate fondamentali per la commercializione dello yogurt.

Nascono così figure come veline e oggettine ,che non fanno altro che sminuire la figura della donna autonoma,indipendente,emancipata in favore di una donnina completamente subordinata all’uomo.

Aristotele giustificava il fatto che alle donne non venisse data la possibilità di comandare dicendo che non possedevano le caratteristiche adatte;tuttavia è vissuto nell III secolo a.C e si riferiva alla donna segregata nel gineceo,che avrebbe dovuto dedicarsi principalmente alle attività “femminili”  e che non godeva di alcun diritto.

Ma come è possibile che nel 2013 ancora si persista su una mentalità di fondo così arretrata? Come è possibile che il genere femminile al giorno d’oggi sia ancora considerato “il sesso debole”? Come è possibile che una giovane donna nella sua carriera lavorativa possa essere ostacolata solo per il fatto che potrebbe entrare in maternità?

Molto spesso si afferma che il grado di civiltà di un Paese sia dato dall’uguaglianza tra i cittadini e dal rispetto portato alle donne; se così fosse sarebbe ora di iniziare a preoccuparci.

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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