Twitter. Pensavo fosse amore…

globe, group of the people and notebook on white background500 milioni di iscritti, 200 milioni di utenti attivi, un valore stimato intorno agli 8 miliardi di dollari e 140 caratteri a disposizione per raccontare e raccontarsi. Sono i numeri di Twitter, uno dei social network più popolari al mondo che nel 2011 ha avuto il suo exploit anche in Italia.

La mia esperienza su Twitter è iniziata proprio nel 2011 ed è andata avanti fino a pochi mesi fa. In mezzo,  qualche persona interessante e tante delusioni con colpo di scena finale. 

Appena atterrato su Twitter la prima differenza che salta all’occhio rispetto a Facebook, re dei social network, è il concetto di spazio. Lo spazio-twitter  infatti ha subito una contrazione fino alla soglia telegrafica e perentoria dei 140 caratteri. Uno spazio frammentato, polverizzato, che sembra quasi volerci dire: “Ehi, lo vedi come va veloce il mondo? Datti una mossa, stai al passo coi tempi”.

Così, fra il dubbio e la curiosità ho iniziato ad esprimermi dentro questo spazio piccolo, a seguire gli utenti che stimolavano la mia curiosità ed essere a mia volta seguito da coloro che ritenevano interessante ciò che scrivevo.  In pochi mesi, pur essendo poco presente, ho raggiunto un discreto numero di followers ed ero lanciato a pieno ritmo verso il cielo delle twitstars.  Così arriviamo magicamente al primo ed unico principio fondamentale di Twitter. L’importanza di essere visti. Pardon, di essere ammirati come suggerisce per l’appunto il titolo di twitstar che si conquista raggiungendo un cospicuo numero di followers.

 A questo proposito non è difficile immaginare come il successo di Twitter nel tempo dell’edonismo sia dovuto alla scelta azzeccata dei due termini chiave: follower e following, seguace e segugio. Un’invenzione simbolica quasi biblica, certamente diabolica, per costruire un universo di stelle e ammiratori e darlo in pasto alla brama di popolarità.  Basta qualche settimana su Twitter per rendersi conto di cosa sia capace tantissima gente pur di accumulare followers: litigi, invidie, gelosie, minacce, bugie e chi più ne ha più ne metta. Naturalmente oltre questo teatrino degli astranti esistono anche delle belle persone e mi piace sottolineare il fatto che ho avuto la fortuna di conoscerne qualcuna. Persone interessanti, sensibili, dotate di una profonda cultura e capaci di costruire pazientemente quell’idea di Dono, non di scambio, dentro cui soltanto è possibile  una comunicazione autentica e sana.

La mia sensazione però è che il meccanismo dei 140 caratteri agisca come una sorta di ghigliottina. Costretto dentro un tempo claustrofobico il cuore rischia di esporsi oltre la soglia del tempo consentito e cadere miseramente sotto la sua lama demandando alla ragione strumentale il racconto di un sé che vacilla tra solipsismo e autocommiserazione. Il tempo dell’anima invece è un tempo lento,  dilatato, che ha bisogno letteralmente di spiegarsi per aprirsi e rendersi visibile a quella parte ineludibile del mondo che è l’altro, per attraversarlo e creare in lui un’esperienza quasi artistica che possa definirsi Socialità.
E’ per questo che alla fine ho abbandonato seppur tristemente l’universo twitter. A un certo punto ho sentito che non potevo più scegliere nulla perché la mia anima aveva già scelto per me. Lentamente ho iniziato a diradare le mie apparizioni sul mondo a 140 caratteri fino al colpo di scena finale. E’ accaduto una mattina. Ho ricevuto un messaggio da una mia amica che mi leggeva su Twitter informandomi che il mio account risultava stranamente cancellato.  Ho indossato un sorriso amaro e uno sguardo incredulo.
Pensavo fosse amore invece era il Destino.

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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