Giulio Andreotti, luci e ombre di un secolo di storia italiana

-Prima parte-

La morte di Giulio Andreotti, uno dei personaggi più controversi della storia italiana, è stata un po’ il simbolo della fine della Prima Repubblica – sviluppatasi tra il 1984 e il 1994 – e forse anche della Seconda che, come molti analisti e giornalisti osservano, sta percorrendo la via del tramonto proprio in questi anni.

Giulio Andreotti, luci e ombre di un secolo di storia italiana

“Ho visto nascere la Prima Repubblica, e forse anche la Seconda. Mi auguro di vedere la Terza” . 

Ce l’ha quasi fatta il “Divo”, lo “Zio” o “Belzebù”, durante i suoi 94 anni di vita.

Parlare di Giulio Andreotti vuol dire attraversare la storia della società e della politica del nostro Paese, ma anche rispolverare antiche pagine di mediazioni, scandali, indagini, stragi e processi, dagli scaffali della memoria.

Esponente storico della Democrazia Cristiana, è stato Presidente del Consiglio dei ministri per ben 7 volte e senatore a vita per 13 anni. Maestro del trasformismo politico, “garante degli americani” e allo stesso tempo “amico degli arabi”, Andreotti ha ricoperto molti incarichi di Governo durante la sua lunghissima carriera politica, tra cui Ministro della Difesa, degli Esteri, del Tesoro e delle Finanze. Laureato in Giurisprudenza, è stato membro dell’Assemblea Costituente nel 1945 sotto sollecitazione di papa Paolo VI, al seguito di Alcide De Gasperi, fondatore della Democrazia Cristiana. Divenne così sottosegretario di tutti i successivi governi De Gasperi e di quello Pella subito dopo. Durante il brevissimo governo Fanfani è stato nominato ministro per la prima volta, nel dicastero dell’Interno.

Dimostrò fin da subito di possedere delle spiccate doti diplomatiche e ne diede prova quando convinse papa Pio XII a bloccare un progetto politico che avrebbe visto un’alleanza della DC con monarchici e post-fascisti, – la cosiddetta “operazione Sturzo” – . Il rischio di una lista capeggiata da Luigi Sturzo avrebbe innescato una crisi di governo, considerando le numerose fazioni politiche avverse e Andreotti ne era consapevole.

Nel 1958  fu sotto inchiesta per lo scandalo finanziario denominato “caso Giuffrè“, una truffa sulla raccolta di risparmio ai danni di contadini e piccola borghesia romagnola, ma venne scagionato da una commissione di inchiesta parlamentare. Dopo lo scabroso delitto di Wilma Montesi avvenuto nel 1953, uscirono di scena alcuni suoi avversari politici, come il vicesegretario nazionale Attilio Piccioni, il cui figlio Piero era stato coinvolto nella tutt’ora oscura vicenza della ventunenne uccisa a Torvajanica.

All’inizio degli anni ’60, come ministro della Difesa, Andreotti venne coinvolto in un ulteriore scandalo italiano: la vicenda di migliaia di fascicoli SIFAR e del potenziale golpe neo-fascista denominato Piano Solo. La schedatura promossa dal generale Giovanni De Lorenzo su politici, intellettuali, ecclesiastici, ufficiali superiori, sindacalisti e giornalisti, aveva il compito di monitorare personaggi “pericolosi” e avviare il controllo militare dello Stato da parte dell’Arma dei Carabinieri. Dopo la scoperta dell’esistenza dei dossier, ne venne stabilita l’illegittimità e Andreotti, secondo incarico ministeriale, avrebbe dovuto distruggerne ogni traccia.  Ma sembra che il Divo non avesse portato a termine il suo compito e che anzi esistessero copie dei fascicoli incriminati, di cui sarebbe entrato in possesso il massone Lucio Gelli, sospettato di averle portate con sé in Uruguay durante la latitanza.

Ad ogni modo, nel 1968  Andreotti divenne capogruppo della Democrazia Cristiana e  Presidente del Consiglio nel 1972.

Gli anni ’70 iniziarono con terribili stragi che segnarono dolorosamente la storia italiana: tra il 1968 e il 1974 vennero compiuti ben 140 attentati nel nostro Paese. Quello del 12 dicembre 1969 presso Piazza Fontana a Milano, è stato certamente il più sanguinoso. Lo stesso giorno ne sono stati registrati 5 tra Roma e Milano, in meno di un’ora. In questo frangente Andreotti fece delle dichiarazioni in difesa di alcuni personaggi indagati per la strage, tra i quali il terrorista neofascista di Ordine Nuovo Giovanni Ventura e l’agente segreto – nonché estremista di destra – Guido Giannettini. Andreotti venne accusato di favoreggiamento nei confronti dell’ “Agente Zeta” – nome in codice di Giannettini nel SID – ma nel 1982 venne prosciolto.

Fra il 1974 e il 1976, il Divo divenne Ministro del Bilancio per il Governo Moro.

Furono gli anni del compromesso storico fra il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana, tentativo di risanamento dei problemi economici e terroristici che l’Italia stava vivendo. Andreotti ottenne il suo terzo incarico come Presidente del Consiglio, dando vita al governo della “non-sfiducia”, che durò per due anni grazie all’astensione dei comunisti. Egli ottenne nuovamente la fiducia dopo la mediazione di Aldo Moro, lo stesso giorno in cui quest’ultimo venne rapito dalle Brigate Rosse. In questa occasione Andreotti rifiutò qualsiasi mediazione con i terroristi in nome della “ragion di Stato”. A maggio Aldo Moro fu assassinato e il ruolo che il Divo avrebbe avuto in tale vicenda resta oscuro.

Giudizi molto duri nei suoi confronti sono contenuti nel “Memoriale” che Moro aveva scritto durante la sua prigionia.

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