Progetto Bigenitorialità: intervista ad Adriana Tisselli. Donne Contro

Movimento femminile per la parità Genitoriale

L’incontro sul “Progetto Bigenitorialità”, tenutosi il 9 aprile presso l’auditorium della Zona 3, si è rivelato davvero molto interessante: durante la serata sono intervenuti alcuni esperti che hanno accuratamente risposto alle domande delle persone presenti. Alla fine ho avuto l’onore e la fortuna di intervistare Adriana Tisselli – potete trovare qui l’articolo. Una donna fantastica, gentile e disponibile; ha risposto ad ogni mia domanda, eliminando completamente la mia agitazione.

“Come è nato il Movimento Femminile per la parità Genitoriale, chiamato anche DonneContro?”

“Il Movimento femminile per la Parità Genitoriale si è formato spontaneamente lo stesso giorno di “Se non ora Quando”: anche noi ci siamo dette se non ora, quando? qualcuno penserà a noi… a noi donne in difficoltà, donne delle quali nessuno ancora si occupa… praticamente non esistiamo, siamo invisibili. Il nucleo originario nasce dall’iniziativa di alcune nuove compagne di uomini con, alle spalle, una precedente relazione magari con figli. Donne che si sono trovate a scontrarsi con difficoltà quotidiane, amplificate da una sorta di Neo-Matriarcato / Femminismo Autoritario insinuatosi nella società moderna… all’inizio il “Femminismo” era nato con le migliori intenzioni, ovvero per tutelare, difendere e promuovere il ruolo della donna nella società… ma via via negli ultimi anni ha subito alcune derive, iniziando a irrigidirsi su certe posizioni che sono andate, paradossalmente, a ledere tutte quelle figure femminili non riconducibili al solito stereotipo della “madre che sta a casa ad accudire i figli e che, in base a ciò, può anche fare a meno di lavorare”. Pertanto, tutte le donne che non fanno parte di questo “format” non esistono, oppure sono una sorta di “eccezione alla regola” ovviamente da ignorare; donne che, quando magari danno troppo fastidio, sono addirittura da “zittire” e da “rimettere al loro posto” con azioni di disturbo anche violente.

E’ proprio dopo aver “fiutato nell’aria” il pericolo di una nuova (ma non meno insidiosa) deriva discriminatoria che abbiamo sentito l’esigenza di prendere la parola mettendoci in contatto con altre donne che vivono la nostra stessa realtà.

Man mano, gli scambi di esperienze e di opinioni hanno preso corpo e così si sono sviluppate delle discussioni di vario genere come, ad esempio, il dibattito sull’affido condiviso “bis” e il tema della parificazione tra figli legittimi e naturali.

Ci siamo anche mosse a livello istituzionale portando in Senato le nostre proposte.

Come associazione ci siamo costituite formalmente a luglio 2012. “Donne Contro” è iscritta anche all’albo delle Politiche Femminili della Lombardia, pur avendo, rispetto alla maggior parte delle altre associazioni, una caratteristica non comune: ci occupiamo dei problemi delle persone che formano le famiglie cosiddette “allargate”, con particolare focus su donne e minori. Esiste anche un’altra associazione molto simile alla nostra, con sede in Svizzera, nata all’incirca nello stesso periodo in cui siamo nate noi: un evidente segno che sta a testimoniare come il desiderio di pari opportunità e di pari dignità sia comune a molte donne, anche a livello internazionale.”

“Come potrebbe migliorare la situazione italiana sui diritti per i fanciulli, soprattutto la legge 54 del 2006?”

“La legge 54 del 2006 è una legge ottima, ma non è stata applicata. La chiamano la “cattedrale nel deserto” perché quando nacque, erano tutti consapevoli dell’ inevitabile scontro con l’arretratezza culturale italiana, purtroppo. E’ stato sancito un principio fondamentale che, sulla carta ha cambiato le cose, ma poi così non è stato, e questo lo vediamo nella realtà di tutti i giorni, dai tribunali ai talk show pomeridiani: la figura del “padre” non esiste e, anche quando c’è, quasi non interessa. E’ davvero impressionante e fa riflettere: la rivendicazione sociale della donna / madre ha forse reso “superfluo” il ruolo dell’uomo / padre? Ogni tanto mi domando se non siamo di fronte ad una sorta di “delirio di onnipotenza” che nuoce, in primo luogo, ai figli.

Per migliorare concretamente questa situazione, ad esempio, si potrebbe applicare, nel caso dei figli di separati / divorziati, la doppia residenza, mettendo, automaticamente, sullo stesso piano madre e padre, anche per ciò che concerne le agevolazioni fiscali e gli accessi ai vari sostegni al reddito (la crisi c’è per tutti!).
Oppure attraverso il congedo… che non dovrebbe più chiamarsi “di maternità” (anche le parole hanno la loro importanza) bensì “genitoriale” in modo da responsabilizzare sia la madre che il padre in egual modo.

Si può cominciare anche dalle “piccole cose” e… come dissi qualche tempo fa a Diego Sabatinelli: “Fuori il patrimonio dal matrimonio!” perché, quando gli interessi economici si sganciano dalle questioni che riguardano la rottura di un legame sentimentale o l’affido dei figli, “magicamente” tutte le diatribe diminuiscono vertiginosamente, come è già successo negli Stati Uniti e in Australia.”

“Femen e femminismo: quanto sono lontani questi due mondi?”

adriana tisselli

“Una parte del femminismo pensa che le Femen non debbano arrogarsi il diritto di rappresentare tutte le donne, come nel caso della ragazza tunisina che è apparsa in dèshabillé e, per tale motivo, si è beccata una fatwa; la ragazza infatti ha poi preso posizione anche nei confronti delle Femen che in precedenza avevano dimostrato pubblicamente “a suo favore”. Non è detto che tutte le donne che intraprendono una strada di emancipazione (soprattutto quando la cultura è molto diversa) vogliano essere rappresentate dalle Femen perché il “loro femminismo” e la “loro emancipazione” magari la portano avanti in un altro modo, un modo diverso rispetto a quello delle Femen. Differenti le usanze, le tradizioni, le sensibilità, il senso del pudore: tutto va rispettato. Le Femen quindi rischiano di diventare un fenomeno che si appropria di rivendicazioni altrui.”

“La PAS: come si può avvicinare l’opinione pubblica?”

“Sicuramente l’idea è di fare cultura su questa problematica: parlandone nelle scuole, con gli insegnanti, con gli operatori che si ritrovano a stare vicino ai bambini. Purtroppo, per un certo amor di consuetudine, si tende a negare persino l’evidenza. La “PAS”: tutti sanno che esiste, ma in Italia sono i “talk show” a stabilire cosa esiste e cosa non esiste. Anche se si cambia il nome e, invece di chiamarla PAS, la si chiama “formaggio”, il bambino quel tipo di violenza psicologica la subisce ugualmente. I problemi bisogna affrontarli: far finta che non esistono sicuramente non aiuta a risolverli. Le separazioni aumentano, i divorzi aumentano, presto ci troveremo con una generazione di adolescenti afflitti da gravissimi problemi psicologici. I maltrattamenti lasciano ferite nell’anima molto profonde. Il costo sociale che ne deriverà sarà incalcolabile e le conseguenze saranno esplosive.”

“Quali progetti avete attuato e attuate con l’associazione figli per sempre?”

“Questa iniziativa è solo all’inizio: vogliamo arricchire il dibattito coinvolgendo anche altri soggetti. Vorremmo sensibilizzare le scuole, ma dobbiamo ancora lavorarci. Parlare, far emergere i problemi, è l’unica strada. Moltissimi gli operatori – magistrati, avvocati e psicologi – che non sono a conoscenza (se non a grandi linee) dei problemi delle famiglie “allargate”. Bisogna far conoscere questa realtà emergente!”

Ringrazio Adriana per le sue preziose parole: bisogna portare a galla i problemi perché solo affrontandoli riusciremo a costruire un futuro migliore, soprattutto per i bambini.

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