Abraham Lincoln e la fine della schiavitù

Abraham Lincoln nasce a Hodgenville, in Kentucky, il 12 febbraio 1809, secondogenito di un fabbro ferraio e falegname che si sposta frequentemente per lavoro fra vari Stati.

Anche per questo motivo Abraham Lincoln, avido lettore, è autodidatta. Dopo aver lasciato la famiglia ed essersi stabilito in Illinois, si butta in politica nelle fila del Partito Whig, fautore della modernizzazione del Paese. Nel 1834 viene eletto alla Camera dei Rappresentanti dell’Illinois e, nel mentre, inizia ad intraprendere son successo la professione di avvocato. Nel 1842 sposa Mary Todd, con cui avrà quattro figli.

Nel 1846 viene eletto al Congresso, ma si aliena le simpatie del suo Partito a causa della sua opposizione alla guerra col Messico e, alla scadenza del mandato, torna ad intraprendere la professione legale. Nel 1854, dopo un lungo silenzio, Lincoln torna in campo per criticare ferocemente il Kansas-Nebraska Act, che ritiene un provvedimento favorevole alla schiavitù, cui lui è contrario. di fatto rinnega il compromesso di quattro anni prima e rinnega anche il vecchio Compromesso del Missouri del 1820, che aveva stabilito l’abolizione dello schiavitù in tutti i nuovi territori degli Stati Uniti sopra al Missouri stesso.

L’evento è talmente dirompente da causare la crisi del Partito Whig e la nascita di un nuovo Partito dichiaratamente antischiavista, il Partito Repubblicano. Lincoln, che per anni non si era più occupato di questioni politiche, rompe il silenzio e critica ferocemente il Kansas-Nebraska Act, pur rifiutando almeno inizialmente di farsi coinvolgere dal neonato Partito Repubblicano, in quanto formalmente ancora un Whig.

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Nel 1856, però, Abraham Lincoln abbandona i Whig

ormai di fatto scomparsi e diviene uno degli uomini di punta del Partito Repubblicano dell’Illinois, pur non venendo candidato alle presidenziali neppure come Vicepresidente. Ormai stabilmente rientrato in politica con tutta la potenza della sua arte oratoria, nel 1860 Lincoln viene eletto Presidente e, alla notizia della sua vittoria, sette Stati adottano un provvedimento di Secessione: è la guerra, che inizia in tutta la sua violenza l’anno successivo. Lincoln, a questo punto, prende decisioni severissime, assumendo di fatto il pieno controllo della guerra e dettando la strategia militare dell’Unione.

Anche durante la Guerra di Secessione, il pallino di Lincoln è arrivare all’abolizione della schiavitù in tutti i territori degli Stati Uniti: nel 1862 Lincoln annuncia il cosiddetto proclama di emancipazione, un documento composto da due ordini esecutivi che decretano la liberazione degli schiavi sia nei territori dell’Unione, sia in quelli della Confederazione. Nel luglio del 1863, il Nord infligge una dura sconfitta al Sud a Gettysburg e, alcuni mesi dopo, nella città Lincoln tiene il suo discorso più celebre, ancora oggi uno dei più apprezzati e citati nella storia della Nazione.

Nel 1864 Lincoln viene riconfermato Presidente e, fra i punti salienti del programma elettorale per la rielezione, pone ovviamente l’inserimento in Costituzione dell’abolizione della schiavitù, provvedimento che, dopo una lunga gestazione, viene infine approvato dal Congresso il 31 gennaio del 1865 e successivamente inviato agli Stati per la ratifica.

Per un tragico scherzo del destino, verrà ratificato completamente e diverrà quindi il XIII Emendamento della Costituzione solo dopo la morte di Lincoln, il suo più pervicace sostenitore. Il 9 aprile del 1865, ad Appomattox, il generale sudista Lee si arrende alle forze di Ulysses Grant, il che determina di fatto la fine della Guerra di Secessione e la vittoria dell’Unione.

Si pone dunque il problema di come ricompattare la Nazione dopo quattro anni di guerra così duri e Abraham Lincoln, per la verità già da prima della conclusione del conflitto, aveva intelligentemente scelto la strada della riconciliazione:

ad esempio aveva offerto fin dal 1863 l’amnistia a tutti coloro che non avevano ricoperto ruoli istituzionali nella Confederazione, non si erano resi protagonisti di maltrattamenti nei confronti dei prigionieri ed erano disposti a firmare un giuramento di fedeltà all’Unione. È comunque sbagliato citare Abraham Lincoln solo per la pur brillante conduzione della guerra e per la sua battaglia abolizionista: nel corso dei suoi mandati, il Presidente tiene infatti fede all’indirizzo modernista del Partito Repubblicano approvando una serie di atti importanti: introduce un’imposta sul reddito e nuovi dazi per sostentare l’economia, garantisce sovvenzioni governative alle scuole statali, promuove la fondazione di un’Università per i non udenti, assicura il sostentamento federale alla prima ferrovia transcontinentale, crea un capillare sistema di banche nazionali.

Tuttavia, la sera del 14 aprile del 1865, appena cinque giorni dopo la fine della Guerra di Secessione, mentre Lincoln assiste ad uno spettacolo teatrale a Washington, un attore simpatizzante sudista, John Wilkes Booth, gli spara alla testa con una pistola calibro 44. La mattina del 15 aprile, dopo una notte di agonia, Abraham Lincoln muore all’età di 56 anni.

Gli vengono tributati solenni funerali di Stato, con un corteo funebre che attraversa diversi Stati e dove il Presidente viene sinceramente pianto da milioni di persone. Molti anni dopo, significativamente, la Bibbia su cui Lincoln aveva giurato il giorno del suo insediamento verrà riutilizzata per il giuramento da Barack Obama, il primo Presidente di origini afroamericane degli Stati Uniti.

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Andrea Barricelli

Andrea Barricelli è nato nel 1990 a Roma, dove vive e lavora come avvocato. Appassionato di storia e letteratura, gestisce dal 2020 un podcast dedicato alla prima sulla Webradio Senzabarcode. Per quanto riguarda la seconda, invece, ha pubblicato un'irriverente parodia dell'Iliade, denominata “Troiade”, con Rupe Mutevole Edizioni, nonché “Dominio e Ribellione” e “Equilibrio e Cambiamento”, editi da CTL Editore nella collana editoriale SenzaBarcode.

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