Renzi e la politica europea: il nodo del patto di stabilità

La riunione del Consiglio Europeo si è conclusa da pochi giorni, ma l’interrogativo che sopra ogni altro ha monopolizzato i giornali di tutta Italia rimane: che ne sarà del patto di stabilità?

Alla vigilia dell’importante meeting il nostro premier ha speso parole di fuoco nei confronti dell’odiato fiscal compact, ritenendolo anacronistico e controproducente. Poi la due-giorni ha avuto inizio, le mani sono state strette e le famose slide mostrate ai vari Barroso e Van Rompuy, suscitando stupore o ilarità, a seconda delle testate. Si è parlato di riforme, si è parlato di spending review, si è parlato di Europa e si è parlato di patto di stabilità. Nonostante questo, però, le domanda sul futuro rimane sempre la stessa: le nostre amministrazioni sforeranno o meno il vincolo del 3% del rapporto deficit-pil?

Durante la conferenze stampa tenutasi al termine del primo giorni di incontri, Matteo Renzi è stato attento a glissare sull’interrogativo, irritandosi davanti alle insistenze dei giornalisti e dichiarando di non essere venuto al Consiglio Europeo per parlare di decimali e percentuali, ma per cambiare verso all’Europa. Conclusa l’ultima riunione ed allestita la conferenza stampa di chiusura, il premier è tornato sull’argomento, dichiarando che “l’Italia rispetterà i vincoli”, ma continuando a ritenere anacronistico il patto. Chi si faceva illusioni, dunque, che il nostro, come molti altri paesi, avrebbe deciso di ignorare il vincolo e sbloccato i bilanci delle pubbliche amministrazioni, è rimasto deluso. Ma in che modo Renzi intende alleggerire le pressioni sugli enti locali, per coprire il suo ambizioso programma di riforme?

Vasco Errani, presidente dellEmilia Romagna e della Conferenza Stato-Regioni, proprio durante la riunione del Consiglio Europeo ha dichiarato che il mirino sarebbe puntato sui fondi strutturali. Secondo Errani proprio Renzi avrebbe chiesto a Barroso e Van Rompuy di sottrarre questi fondi al vincolo del fiscal compact, ma l’esito di questa proposto rimane ancora ignoto, mentre le uniche indicazioni giunte dai vertici dell’UE sono state fredde intimazioni a rispettare gli impegni presi.

La palla torna così nelle mani di Renzi, che dovrà portare avanti il suo progetto di riforme cercando di rispettare le scadenze prefissate, ma con un occhio sempre puntato all’Europa, costruendo le politiche da presentare al semestre italiano di presidenza del Consiglio. Sarà proprio questa la più importante (e forse unica) possibilità di sciogliere i lacci di questo “anacronistico” fiscal compact, che sta alimentando con linfa sempre nuova ogni corrente anti-europeista del continente. Tutto è quindi rimandato a luglio, ma grande importanza avrà l’esito delle elezioni europee di maggio. Consiglio e Parlamento legiferano insieme, in un rapporto che (molto semplicisticamente) somiglia a quello tra le nostre Camera e Senato. Molto dipenderà, dunque, dal modo in cui si atteggerà la composizione del Parlamento e se, come sembra plausibile, questo si riempirà di partiti populisti e anti-europeisti, sembra proprio che il patto di stabilità abbia le ore contate.

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