Il kill selfie: milioni di like anche a costo della vita

Kill selfie, di cosa si tratta? Ma soprattutto una foto immortalata in condizioni estreme vale una vita reale?

Abbiamo parlato di come il semplice gesto di cliccare su un like possa essere una lama a doppio taglio e quanto gli adolescenti sempre connessi siano continuamente alla ricerca di consensi, accettazione ed approvazione all’interno del mondo virtuale attraverso il selfie perfetto. A volte si nota che pur di sentirsi parte di un gruppo, gli adolescenti utenti della rete accettino di sottoporsi a prove di inizializzazione o di subire denigrazioni ed offese molte delle quali rientrano nel mondo complesso del fenomeno del cyberbullismo.

Purtroppo e troppo spesso, piccole lucciole virtuali vengono scambiate per lanterne con ritorno mediatico ed a farne le spese sono i giovani utenti dei social media che possono subire gravi danni psicofisici proprio a causa del lato oscuro della rete. Il mondo virtuale  – che se ben usato può essere spazio ricreativo e di socialità  – si trasforma sempre più di frequente in un contenitore di odio e rabbia dove i fanciulli postano e condividono di tutto, anche le idee più bizzarre e malsane. L’effetto virale è immediato: basta inserire il selfie giusto e tutti andranno alla ricerca di qualcosa di simile – o meglio – considerato più grandioso da cristallizzare in un’immagine da condividere.  

In questa sede non ci si riferisce all’universo delle challenge ma in particolare a quel fenomeno –  o moda –  con cui l’effetto emulativo porta i giovani a immortalare dei selfie in condizioni di estremo pericolo

Non ha caso queste tipologie di selfie pericolosi, sono stati denominati kill selfie o killfie in quanto l’alto tasso di vittime dovuto al tentativo di emulare foto in condizioni di estremo pericolo o realizzarne di nuove e particolari ha purtroppo portato alla morte molti giovanissimi. Come i fantastici software di ritocco ci insegnano, non tutto quello che viene postato in rete è reale: così come una foto può essere ritoccata e migliorata attraverso un semplice filtro, esistono tante altre tipologie di programmi che permetto di rendere fotogrammi accattivanti ad attrattivi per la densità di pericolo in cui è immortalato il protagonista del selfie. 

Altre volte invece, le immagini ed i video pericolosi che divengono virali sono realmente studiati a tavolino e non mancano di verificare la sicurezza fisica della persona che viene cristallizzata nell’immagine. Non dimentichiamo inoltre che alcune tipologie di selfie scaturiscono addirittura dalla rielaborazione di imprese eseguite da stuntman professionisti che proprio perché eseguono il loro lavoro sono capaci di affrontare senza riportare danni le situazioni pericolose del mestiere. Il problema è sempre lo stesso: in rete si guarda, si clicca, commenta ma non si osserva con attenzione.

A questo punto, dato che tutto quello che si vede con divertimento e superficialità appare di semplice realizzazione

ecco che i giovanissimi affascinati dal brivido  del pericolo e  da  tutte le sensazioni che pregustano nel realizzare quel contenuto, iniziano la fase emulativa o di creazione di una condizione di sfida del pericolo da cristallizzare nel loro mondo social. Molte volte passiamo accanto ad adolescenti che laboriosi come delle piccole api scattano immagini a noi incomprensibili ma non ci fermiamo mai ad osservare se di fatto sono intenti a realizzare dei killfie. Purtroppo quando succede un dramma viene sempre associato a condizioni quali cadute, investimento o casi ancora oggetto di indagine minimizzando la possibilità che l’evento sia accaduto a causa del tentativo di realizzare un selfie accattivante.

Ma la domanda che nasce spontanea e la seguente: un selfie vale una vita? Anche in questo caso la risposta va trovata in una buona educazione digitale- La rete stessa ci ricorda spesso la morte attraverso la continua riproposta di pagine di amici che non ci sono più o eventi ad essa collegati, bisogna insegnare alla gioventù virtuale che la vita reale non è come quella proposta in un  videogame, purtroppo al game over nella vita reale non appare un bonus vita. Sempre utile informare esperti del settore nel caso in cui ci si rende conto del continuo postare foto in condizioni estreme da parte di un minore che dover leggere un ulteriore articolo inerente ai kill selfie.  

Fiorella Mandaglio

Fiorella Mandaglio, nata a Erba è una giurista appassionata del mondo digitale su cui si specializza. Da anni collabora con diversi Istituti Scolastici e promuove progetti per la formazione ed il contrasto al Bullismo, Cyberbullismo e Violenza di Genere. Autrice di “Storie di Lupi Moderni” inserito nella categoria Formazione dal Servizio Scuola Studi ed Università – Progetto “Leggere nei Bibliopoint” dell’istituzione Biblioteche di Roma Capitale “Bibliografia Young Adult” pensata ad uso di insegnati bibliotecari e ragazzi.

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