Adulti con bisogni speciali e Cittadini Attivi

Da eterno Peter Pan a Cittadino Attivo. È possibile concepire i bisogni speciali nell’età adulta?

L’infantilizzazione della disabilità porta a trattare come eterni bambini i ragazzi disabili non permettendo così una loro realizzazione nella vita adulta. Molte diagnosi di DSA vengono gestite nella scuola che attraverso i bisogni educativi speciali li prepara per uscire nel mondo, dimettendo in effetti i soggetti dai bisogni speciali, dopo la maggiore età.

Dopo la scuola per anni sono esistite solamente forme di trattamento dei malati (riducendo la disabilità solo alla patologia) da parte dei Servizi Sanitari e assistenziali che accoglievano e, di fatto, eliminavano il disabile dalla società attiva.

Come uscire da questo giro vizioso che ancora oggi rischia di risucchiare le persone disabili?

In un periodo in cui il dramma della solitudine esistenziale è diventato protagonista della vita di molte persone, è importante capire che questa condizione è molto spesso presente nelle persone adulte con disabilità. La prima voce da ascoltare in queste grida silenziose della disabilità è quella della famiglia ed in particolare della parte genitoriale. La vera inclusione il ragazzo disabile la vive in famiglia e purtroppo talvolta lì rimane confinata.

Le testimonianze scritte o raccontate, l’autorappresentazione dei genitori disabili nei libri, attraverso i media e nelle tavole rotonde istituzionali è fondamentale per avere una reale concezione di quali deve essere l’approccio pedagogico per un inserimento effettivo nella società adulta che richiede al cittadino di essere attivo e produttivo. Lo sforzo dei genitori che costantemente lavorano sull’importanza di rendere autonomo, attivo e performante il figlio è spesso sottovalutato dalla società scientifica, medica ed istituzionale.

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Traducendo il sistema della cultura dello scarto

le istituzioni promulgano leggi per l’integrazione scolastica e l’abbattimento delle barriere architettoniche cadendo nelle logiche dell’assistenzialismo senza capire che quello che si sta facendo non è solamente un servizio alle persone deboli ma un’azione che riqualifica la società.

Delors afferma che un intervento che si possa definire educativo deve far sì che ogni persona, e di conseguenza l’umanità intera,possa assumere il controllo del proprio sviluppo. J. Delors, Nell’educazione un tesoro.

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Emanuela Fatilli

Emanuela Fatilli nata a Busto Arsizio dove tutt'ora vive, nel 1973 é sposata e madre di due figli Giovanni e Giacomo. Lavora presso l'ospedale di Magenta dal 1996 in qualità di Tecnico di Radiologia. Ha pubblicato il suo primo libro, " La casa infestata che non c'era l'albergo aperto", nell'ottobre del 2018 per la casa editrice milanese "Excogita ". Da settembre 2019 collabora con la WebRadio SenzaBarcode come speaker e autore per il programma Disabilità e Benessere.

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