Siria, Putin salva l’amico Trump? Due galli nel pollaio

È innegabile che Trump abbia un peccato originale davanti all’opinione pubblica e Putin lo sa benissimo, l’ha marchiato lui. In Siria i due si beccano, ma il Tycoon ha bisogno ancora del russo, ed il russo sta al gioco.

Non sarà in Siria ma prima o poi i due si beccheranno sul serio, è inevitabile quando nel pollaio ci sono due galli che fanno la voce grossa. Ma non oggi. Trump ha bisogno di lavare la sua immagine agli occhi degli elettori in merito ai presunti rapporti tra il suo staff e la Russia durante le presidenziali americane del 2016.

È ormai ufficiale che l’fbi sta indagando in questa direzione

Assad e Putin gli hanno offerto l’occasione su un vassoio d’argento. Il gesto del primo può essere inquadrato in due modi, o totale e irrazionale follia o non controlla più i suoi. La risposta del secondo, avvisato preventivamente dell’attacco, si può inquadrare nel gioco delle parti. Anche perché ciò che era accaduto, al di là delle responsabilità sul campo e sui reali ordini impartiti, metteva Putin in una posizione molto scomoda, dover giustificare in qualche modo l’orrore dei gas. Adesso può tranquillamente uscire dall’imbarazzo accusando a sua volta gli U.S.A. di violazione delle leggi internazionali.

L’attacco dalle navi americane ha messo in qualche modo le cose a posto, ovvero il massacro quotidiano in Siria

Putin rimane il presidente egemone dell’area anche se deve vedersela con alleati scomodissimi come Assad e potenze regionali fastidiose come la Turchia e l’Iran. Si smarca dall’infamia di essere il protettore dei gasatori e può rilanciare sulle violazioni internazionali. Ha la scusa per potenziare l’apporto militare in Siria ma grazie ai missili americani ha elargito un sonoro schiaffo agli alleati che hanno messo in crisi equilibri già decisamente traballanti. Può continuare ad espandere la sua influenza nella regione e sbandierare la sua guerra al terrorismo di matrice islamica davanti all’opinione pubblica internazionale.

Trump in parte si smarca dall’immagine di presidente debole sullo scacchiere internazionale perché eletto grazie a Putin. Prova a dare un segnale inequivocabile di capacità reattiva a quelle potenze regionali come Corea del Nord e Iran che continuano, soprattutto la prima, a sfidarlo. Rassicura gli alleati, soprattutto nelle aree più calde, che gli U.S.A. ci sono, non si sono chiusi in se stessi, e che sono pronti a farsi valere ogni volta che i propri interessi vengono messi sotto attacco.

In tutto questo l’Europa si limita, come uno spettatore sdraiato sul divano di casa, a fare il tifo, a cercare di non disturbare troppo i due contendenti, finti o veri che siano, a leccarsi le ferite tra Brexit, dazi americani, fine del ttip, incapacità di scegliere se essere finalmente Stati Uniti d’Europa o mercatino unito.

Diego Sabatinelli

Dal ’95 letteralmente “batto le strade” di Roma per promuovere le iniziative nonviolente radicali, a partire dalla raccolta firme su 20 referendum che si svolge proprio quell’anno…

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