Io non sono il mio corpo, Cecilia De Paolis Palazzo Odescalchi

Cecilia De Paolis, Io non sono il mio corpo,  a cura di Enrico Mascelloni. Antologia critica di Enrico Mascelloni e Romano Scavolini 12 marzo 2016 ore 18 Minerva Auctions Palazzo Odescalchi

Il giorno 12 marzo 2016 alle ore 18.00, negli spazi della galleria Minerva Auctions – Palazzo Odescalchi (Piazza SS. Apostoli 80 Roma), si inaugura “Io non sono il mio corpo” di Cecilia De Paolis a cura di Enrico Mascelloni. Antologia critica di Enrico Mascelloni e Romano Scavolini. “(…) Trasformare un abito in un oggetto, estrarlo dal milieu della moda, lasciare che resti comunque un abito, indossabile e tuttavia godibile in ogni suo particolare, adagiarlo in una cassa come l’ “Uomo d’oro” sepolto per più di 2000 anni in un Kurgan kazakho o come quello costruito da minuti tasselli d’ambra riesumato in una tomba della Mongolia cinese (tale è stata l’impressione, carica di fascino e mistero, provocatami dall’apertura della cassa in cui Cecilia De Paolis lascia riposare il suo sontuoso “vestito d’oro”). Il processo che dà forma alle sue opere non è meno complesso di quello degli esemplari citati, in cui l’ossessione per l’ abito/oggetto è centrale quanto il processo lento che necessita di una sapiente maestria artigiana. Gli oggetti/abiti di Cecilia mettono insieme l’impatto immediato, che cattura subito lo sguardo, e il processo lento che lo rende possibile. Sono abiti/medusa che pietrificano. E come la Medusa mitologica, lasciano convivere l’immediatezza dell’insieme con i mille particolari che la caratterizzano: i capelli/serpente che nei abiti di Cecilia De Paolis diventano l’intreccio di minuti ricami che costruisce punto dopo punto l’immediatezza dell’impatto visivo. (…)

Le opere di Cecilia De Paolis sono appunto stegosauri, carapaci, corazze sebbene floreali epperò di fiori che si penserebbe carnivori. Dunque oggetti sì, ma oggetti armati. Sono abiti per questi nostri strani anni, per un tempo di tutti i furori come quello che sembra scorrere sotto e dentro le nostre vite. Sono abiti, quelli di Cecilia De Paolis, fatti naturalmente per sedurre come è tipico di ogni abito ma anche di ogni opera d’arte. Enfatizzano la tensione di ogni seduzione attraverso il loro aspetto più paradossale: abiti armati, abiti per difendersi, per attaccare, per attrarre quanto per respingere. E anzi catturano lo sguardo mentre rendono rischioso l’atto di avvicinarli, di stringerli, di toglierli. E diventa insidioso non soltanto avvicinare e stringere e spogliare il corpo femminile che potrebbero contenere, ma anche il loro vuoto di oggetti che non contengono altro che la propria immanenza. (…)

Ognuno di questi abiti, nella loro compatta semplicità, scatena una moltitudine di significati. Arresta certo lo sguardo, ma della medusa mitologica cede l’aspetto definitivo: dopo averlo catturato, subito dopo lo lasciano libero di godere di ogni particolare dell’opera. È infatti in quest’ultimo passaggio che gli abiti di Cecilia De Paolis risultano ANCHE raffinati, eleganti, desiderabili.” (Enrico Mascelloni)

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