The DusT, i poliformisti del rock: l’intervista alla band

In occasione del loro ultimo album abbiamo intervistato i The DusT, band tutta italiana capace di spaziare tra vari generi rock, dal progressive al blues.

Nel sottobosco musicale italiano riusciamo a trovare delle proposte davvero interessanti: sommersi dal mainstream di casa nostra, i The DusT non sono mai riusciti ad emergere come dovrebbero, nonostante la stesura di ben cinque album, tutti autoprodotti. Nati nel 1995 per mano del cantante Roberto Grillo, all’epoca quindicenne, i The DusT hanno visto cambiare la propria formazione più volte, arrivando a formare il trio attuale, composto da Grillo alla voce, Michele Pin alla chitarra e Luca Somera alla batteria. Tra eclettismo, ricchezza d’arrangiamenti ed orecchiabilità, i The DusT rappresentano una piacevole sorpresa tutta da scoprire: il loro ultimo album, Remembrance, è l’espressione massima del “credo” musicale della band, dove si mescolano rock, progressive, blues e pop in un’incredibile varietà di suoni e di temi. In occasione della recente uscita, abbiamo intervistato questa interessantissima band, tra curiosità e progetti futuri.

Sulla pagina ufficiale dei The DusT potrete ascoltare anche alcuni tra i loro brani migliori, mentre qui potrete visionare la loro biografia.

Innanzitutto partiamo dalla scelta del nome: The DusT. Raccontateci la storia che ha scaturito la scelta di questo nome e del “sottotitolo” (In God We Trust).
Il nome “The DusT” nasce dal titolo di una nota canzone dei Queen, ossia “Another one bites the dust”. Fu coniato nella primavera del 1995 da Roberto, in quel periodo particolarmente innamorato di tale pezzo. “The DusT” suonava bene ma in verità non esprimeva l’identità di quella che dopo tutto all’epoca non era ancora una band, bensì soltanto un’idea potenziale di gruppo. In poche parole, la band ancora non esisteva, se non nei progetti del cantante, allora quindicenne.

“in God we trust” (“noi confidiamo in Dio”) è il motto che da sempre accompagna il nome. Paradossalmente, è più carico di significato di “The DusT” perché riflette la personalità e il credo del fondatore, da sempre legato a una forte spiritualità e a una concezione provvidenziale della Storia. “in God we trust”, infatti, è stata la bussola che per tanti anni ha tenuto in piedi un progetto dalla storia particolarmente travagliata.

C’è un gruppo od un’artista in particolare che ha influenzato in maniera decisiva il vostro modo di fare musica?
Come suggerito dal nome, in nuce sicuramente i Queen, almeno per Roberto (cosa che si esprime con evidenza nella complessità degli arrangiamenti), ma in verità le influenze sono state e continuano a essere molteplici: gran parte del rock britannico degli anni ’60 e ’70 (The Beatles, Pink Floyd, Cream, Led Zeppelin…) passando poi per la sua riscoperta negli anni ’90 (brit-pop), ma anche Battisti e la musica classica, il prog e il blues, nonché la musica elettronica (Depeche Mode, Krafwerk), anche se non tutte queste influenze si esprimono parimenti nei nostri brani. In verità, The DusT è formato da tre musicisti profondamente diversi tra loro, perciò il bacino di ispirazione è amplissimo.

C’è qualche consiglio che vorreste dare alle band emergenti? Magari delle scelte da non intraprendere nella maniera più assoluta o alcune, contrariamente, da prendere senza pensarci su due volte.
Un consiglio: volete fare musica vostra? Fatela! Non limitatevi alle cover. Non pensateci un secondo, mettete nero su bianco le vostre idee: scrivete, componete, suonate, è il modo migliore per esprimere la vostra creatività ma soprattutto voi stessi, la vostra personalità, le vostre emozioni, la vostra unicità. Fare musica, come impegnarsi in qualsiasi forma d’arte, è una bellissima forma di realizzazione personale, anche senza bisogno di ottenere per forza il gradimento degli altri. Fatelo prima di tutto per voi stessi!

Come descrivereste la vostra ultima opera, Remembrance, in poche parole?
Un album eterogeneo ma perfezionista, “sospeso”, che riflette ampiamente il contesto nel quale è nato e si è sviluppato. Potremmo forse definirlo, con le dovute proporzioni, il “White Album” di The DusT. “Remembrance” è stato realizzato da soli 3 componenti fissi (la formazione attuale del gruppo: Michele alla chitarra, Luca alla batteria e Roberto alla voce), con la collaborazione di diversi musicisti ospiti. Nacque più o meno come progetto solista di Roberto, che nel 2011, rimasto unico membro del gruppo dopo la separazione dal chitarrista Andrea Gottardi, chiese a Luca Somera (già ex batterista di The DusT) e Michele Pin (chitarrista del gruppo cover Swan, del quale lo stesso Roberto faceva parte) di aiutarlo a registrare alcuni brani che da anni gli frullavano in testa (ecco perché “Remembrance”, ossia “ricordo”). Da subito, però, grazie all’entusiasmo e alla creatività dei compagni, il progetto solista si ri-trasformò in opera di gruppo, tanto che alcuni pezzi portano la firma di Michele e Luca si fa sentire sia nel personalissimo tocco alla batteria, sia negli interventi di elettronica, oltre che nelle scelte acustiche di registrazione.

Tutto questo, sommato al lungo periodo di realizzazione (3 anni e mezzo), ha fatto sì che l’album appaia disomogeneo. Questo è sicuramente vero ma a ben vedere non si discosta molto dalla caratteristica peculiare di qualsiasi altro disco di The DusT, la cui musica è sempre stata poliedrica e non definibile in un unico genere. Probabilmente, ciò che distingue Remembrance dagli album precedenti è la non compattezza del suono, tanto che quasi ciascun brano sembra suonato da musicisti sempre diversi (il che comunque è in parte vero, dato l’ampio utilizzo di “guest musicians”).

Qual è, secondo voi, il vostro brano più riuscito in assoluto?
Ah… Qui potrebbe aprirsi un dibattito infinito! Preferiamo che ciascuno di noi indichi il proprio. Roberto: “Naturalmente sono affezionato a tutti i brani del disco ma, se devo scegliere, indico You and me, se non altro perché riesce a sintetizzare in sé la caratteristica più distintiva di The DusT, ossia l’orecchiabilità combinata alla pienezza di suono e arrangiamenti”. Luca: “Io direi Remembrance, perché mi porta alla mente un tempo e un luogo irreali”. Michele: “A differenza di quanto ritenevo tempo fa, credo che il brano migliore sia A little bit of savoir faire, soprattutto per il testo e l’arrangiamento. Se posso indicarne un altro, dico The Dreamspeaker, introspettivo e ricercato; ognuno ci vede dentro quello che vuole e con la giusta sensibilità può “raggiungere” qualcosa”.

La vostra opinione sul movimento musicale attuale?
Internet ha da una parte favorito la circolazione di tanta nuova musica ma dall’altra, fatalmente, ha creato una frammentazione tale da non poter dare un giudizio sul “movimento musicale attuale”. Se vogliamo limitarci al “main stream”, crediamo che da parecchi anni ormai tale panorama non offra altro che (brutta) musica di mero consumo che ancor più degli anni ’80 dura il tempo di una campagna pubblicitaria. Se vogliamo parlare dell’industria discografica (a ogni livello), stendiamo un velo pietoso. Detto questo, sicuramente esistono molte realtà (solisti e gruppi) di ottimo livello ma purtroppo quasi mai trovano lo spazio che meriterebbero.

Come deelinereste il vostro futuro? Avete già dei progetti in programma?
Il desiderio di portare “Remembrance” dal vivo è sempre forte ma il fatto che siamo solo in 3 rende il tutto molto difficile. Anche qui con le dovute proporzioni, da diversi anni ormai The DusT segue le orme dei Beatles “post ‘66”: solo dischi, niente live. Una cosa comunque è certa: stiamo già lavorando al prossimo cd, con la speranza che non ci vogliano altri 4 anni prima di pubblicarlo!

Giuseppe Senese

Sono un laureando in Scienze e Tecnologie Informatiche, che nutre anche numerose passioni come la musica, il cinema e il calcio. Adoro il Rock Progressivo degli anni 70' (soprattutto quello britannico e quello italiano) e sono un tifoso sfegatato del Napoli.

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