Italia-Uruguay 0-1, azzurri fuori tra confusione e recriminazione

Il match Italia-Uruguay 0-1 ha sancito l’eliminazione degli azzurri da Brasile 2014. Un’estromissione meritata, contornata dalle solite polemiche di rito.

Numeri e nomi che si ripetono, esiti praticamente identici, ma forse arrivati in modalità decisamente diverse. Cinquant’anni fa l’Italia veniva eliminata per due volte di fila nella fase a gironi dei Mondiali, crollando nel ’62 e nel nefasto ’66, con la Corea del Nord. Nel 2010 e nel 2014 accade nuovamente: prima il devastante mondiale sudafricano, poi, adesso, quello brasiliano. E tra i cognomi iscritti all’albo di questa bruciante qualificazione c’è ancora quello di Moreno; nel 2002 c’era Byron, ecuadoregno, 12 anni dopo c’è Marco Antonio Rodriguez, messicano. Ma andiamo con ordine.

Gli azzurri sono arrivati all’appuntamento con questa partita dopo la convincente vittoria contro l’Inghilterra e la disastrosa sconfitta contro il Costa Rica, proponendo un buon fraseggio a centrocampo ma poche azioni offensive, soprattutto contro i centroamericani. Prandelli decide quindi di cambiare tutto nel match “dentro-fuori” contro l’Uruguay, schierando la difesa a 3 di marca “juventina” e giocando con le tanto discusse due punte, Balotelli ed Immobile. Un modulo che ricalca quello dei bianconeri scudettati, con la notevole mancanza di due punte “compatibili” tra loro come Tevez e Llorente ed un centrocampista come Vidal, sostituito dal seppur ottimo Verratti, poco propositivo in attacco ma efficace in difesa ed in impostazione.

In Italia-Uruguay 0-1 gli azzurri non tireranno neanche una volta nello specchio della porta. La “celeste”, d’altro canto, non impensierirà particolarmente la difesa formata dal blocco Juve, ben collaudata ma particolarmente imprecisa in fase d’impostazione. Ancora una volta è arrivato il gol da palla inattiva, un leit-motiv che deve far riflettere: Prandelli sa dove deve lavorare, ma nonostante la fiducia, la sua panchina è in bilico.

Sì, perché il C.T. ha deluso tutti, addetti ai lavori e tifosi sfegatati: la sua squadra ha mostrato un gioco basato principalmente sul possesso palla, ma è sembrata l’unica certezza di un impianto tattico mutato fin troppe volte. Due anni non sono bastati a Cesare Prandelli per dare all’Italia un’identità tattica: prima il 4-3-3, poi il 4-4-2, poi il 3-5-2, poi il fantasioso esperimento contro il Fluminense (che forse meritava maggior considerazione), poi il 4-5-1 tutto possesso palla, ideale contro l’Inghilterra ma assolutamente inutile e deleterio contro il Costa Rica. Adesso parlare di convocazioni “sbagliate” risulta sicuramente facile, ma visti gli schemi tattici proposti le scelte in attacco si sono rilevate controproducenti: Insigne e Cerci hanno avuto giusto il tempo di boccheggiare col Costa Rica per essere massacrati da critica e “cittì”, Cassano è risultato ancora assente ingiustificato nei momenti decisivi, mentre la mancanza di un’altra punta, come Rossi, Gilardino o Toni, s’è rilevata decisiva, visti i problemi psicofisici di Balotelli e i crampi di Immobile.

Se vogliamo poi parlare, dopo tutta questa disamina, degli errori del Moreno-bis, lo possiamo anche fare: ma onestamente non abbiamo bisogno di alibi e di giustificazioni. Abbiamo bisogno di ripartire, di ricostruire tutto a partire dai vivai, di offrire nuovamente un calcio vincente e propositivo, puntando su ciò che c’è a casa. Perché il fatto che i campioni italioti migrino all’estero è la certa testimonianza del fatto che il potenziale, nel nostro calcio, c’è. Nel frattempo, si partirà da un nuovo C.T.: Prandelli s’è preso tutto il fardello del fallimento, rassegnando le dimissioni. Ma le colpe, probabilmente, non sono solo sue.

Giuseppe Senese

Sono un laureando in Scienze e Tecnologie Informatiche, che nutre anche numerose passioni come la musica, il cinema e il calcio. Adoro il Rock Progressivo degli anni 70' (soprattutto quello britannico e quello italiano) e sono un tifoso sfegatato del Napoli.

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