Referendum in Crimea: il filo sottile tra guerra e pace.

Oggi si tiene il tanto atteso referendum sull’autodeterminazione della Crimea. Cina e occidente lo ritengono illegittimo; quanto reggerà il sottile legame fra guerra e pace?

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Le sorti di Ucraina e Crimea sono sospese sopra un sottile filo giuridico. L’equilibrio è quanto mai precario, ogni spinta può essere fatale, ogni presa di posizione può portare alla guerra. La giornata di oggi segna una tappa fondamentale, perché vede lo svolgersi di un referendum molto discusso in cui la popolazione della Crimea dovrà scegliere se restare annessa all’Ucraina o entrare a far parte della federazione russa. E proprio questo secondo risultato sembra ormai scontato, visti i sondaggi – più o meno ufficiali – che danno l’80% dei cittadini a favore della Russia. Tra la popolazione russofona della penisola serpeggia l’entusiasmo, mentre i tatari crimeani si assestano su posizioni filo-europeiste, organizzando manifestazioni e flashmob pro-Ucraina.

Ciò che rende la situazione quanto mai ingarbugliata è il valore giuridico del referendum sull’autodeterminazione della Crimea, che oscilla tra il riconoscimento russo e l’aperto disconoscimento dell’occidente. Proprio nei giorni scorsi il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov si è schierato a favore dell’opportunità della consultazione, dichiarando che la Russia è pronta a riconoscere la Crimea come parte del proprio territorio e auspicando il medesimo riconoscimento da parte della comunità internazionale. Barack Obama, i maggiori leader europei, la stessa UE e addirittura la Cina hanno espresso tesi opposte, bollando come illegittimo il valore del referendum a causa della contrarietà con la Costituzione Ucraina e con il diritto internazionale. La consultazione referendaria implicherebbe infatti un’illecita ingerenza nella sovranità Ucraina, contravvenendo al Memorandum di Budapest del 1994: un’accordo tra Russia, Regno Unito, USA e Ucraina che prevedeva lo smantellamento dell’arsenale nucleare ucraino proprio in cambio dell’indipendenza e sovranità dei confini. Stupisce in particolar modo l’appoggio della Cina, storico spalleggiatore della Russia in più di una crisi internazionale. Proprio la dichiarata astensione della Cina ha riempito di significato il voto della risoluzione ONU presentata dagli Stati Uniti. La proposta conteneva una dichiarazione di illegittimità del referendum sulla Crimea e sebbene non sia passata a causa dell’ovvio veto russo, la distanza fra Russia e resto delle nazioni unite è più che certificata.

Mentre i potenti del mondo discutono nei loro salotti delle sorti di Ucraina e Crimea, nelle piazze esplodono le tensioni, cresce la protesta e si contano le vittime. Anche a Mosca si sollevano le voci dei contrari alla secessione della penisola e proprio ieri in 50.000 sono scesi in piazza per protestare, sventolando bandiere russe e ucraine. Al popolo ucraino non resta che aspettare impazientemente il risultato del referendum che, anche se illegittimo sulla carta, avrà di certo un enorme peso politico. Intanto lungo i confini con la Russia la situazione diventa incandescente, con lo spostamento all’interno della Crimea di un contingente di soldati russi bollato dal ministro degli esteri di Kiev come “invasione”. Le prossime, convulse, ore saranno fondamentali per comprendere quanto resistente sarà il filo che tiene sospesi non solo i due paesi, ma tutta l’Europa.

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