Non è cultura, è Roma. Il Teatro dell’Opera in liquidazione

La cultura a Roma viene liquidata. Lo scrigno dell’arte, il Teatro dell’Opera vicino alla liquidazione. Ignazio Marino non risponde. A rischio la prima di “Manon Lescaut” diretta da Riccardo Muti

Una conferenza stampa dalle tinte forti, toni decisi e senza sfumature “il Teatro dell’Opera non è di proprietà di Marino, ribellatevi”. La cartella stampa è eloquente, si apre con un “verbale di intesa” su carta intestata di “Roma Capitale“, due pagine con in calce le firme delle ooss – SLC/CGIL, FIALS/CISAL, LIBERIND/CONFSAL – e del Sindaco di Roma, Ignazio Marino; data 25 novembre 2013. In sostanza è l’accordo tra queste parti, riunite nella sala degli Arazzi del Campidoglio, dove si prende atto della condizione economica non in grado di consentire il pagamento degli stipendi – novembre e dicembre 2013 – a causa  di crediti non ancora incassati nei confronti di Roma Capitale; consapevoli dell’indispensabile e improcrastinabile esame della struttura di spesa della stessa Fondazione, le parti stabiliscono di attuare un confronto permanente. Prima riunione prevista per la prima settimana di dicembre.

Si annota anche la continua erogazione del finanziamento previsto nel progetto di bilancio 2013 al fine di contribuire al pareggio di quanto già sancito nel 2013. Prendono atto pure dell’operato del sindaco che si impegna, con il massimo dello sforzo e si sottoscrive la collaborazione del Presidente del CDA con il Ministro Massimo Bray, per valutare tutte le opportunità previste dalla legge 800 – art. 6. Le ooss sospendono lo sciopero che avevano annunciato in contemporanea con la rappresentazione dell’Ernani.
Ma l’intesa è stata disattesa, tanto che il 13 gennaio 2014, le ooss inviano una lettera con oggetto: Astensione del lavoro e blocco della produzione; i destinatari sono il sindaco Ignazio Marino, il sovraintendente Carlo Fuertes, il direttore artistico Alessio Vlad e il direttore del personale Maurilio Fraboni. Si legge “L’esposizione resa nella conferenza stampa del 9 gennaio u.s. dal nuovo sovraintendente Carlo Fuerte, dalla quale sono emersi dati di bilancio omissivi e spesso imprecisi, nonché affermazioni lesive della professionalità dei complessi, risulta forviante…”.  La conclusione, ovvia, è compresa nelle ultime righe “… proclamano l’astensione dal lavoro con blocco al momento di tutte le prime di ciascuna produzione…”. In conclusione, il Teatro dell’Opera di Roma rischia la morte! lo spegnimento dei riflettori su un simbolo della cultura. I sindacati lamentano la mancanza di dialogo con una amministrazione che ha basato sulla cultura gran parte della propria campagna elettorale. E sono forvianti anche alcune dichiarazioni lette in taluni giornali dove lasciano intendere che sono i lavoratori a non voler integrare le ore di lavoro.

Era presente un operatore del palcoscenico, emozionato ed arrabbiato, che ricordava come in altri momenti, quando il Teatro dell’Opera splendeva, era possibile aprire il palcoscenico a oltre 200 sipari – con repliche varie – ogni anno. C’era lavoro e rispetto, c’era tutela ed era bello lavorare, dice in sostanza.

Il sindaco – e Presidente del CDA del Teatro dell’Opera – insieme all’assessore Flavia Barca, vengono accusati quindi di aver disatteso completamente gli impegni assunti – nell’incontro del 25 novembre (dove appunto era stata firmata l’intesa) e in quello successivo del 8 gennaio – inoltre il sovraintendente non ha neppure attivato l’apposito tavolo previsto in caso di dichiarazione di sciopero. Insomma il Teatro dell’Opera di Roma è in condizioni decisamente precarie, ad oggi non si è vista alcuna reale iniziativa per il recupero, solo tagli al personale che si possono definire grotteschi, arrivare a 420 unità a fronte di un organico previsto di 631! Impossibile produrre, in quantità e qualità – le Opere con la dignità che merita il Teatro dell’Opera di Roma, capitale d’Italia, capitale europea e culla di una cultura rimasta tra i santini e i palchi delle campagne elettorali. In tutto questo c’è il Maestro Muti, un gigante costretto a muoversi in spazi angusti e pericolanti e il “Manon Lescaut” da lui diretta che dovrebbe andare in scena giovedì 27 febbraio con la regia della figlia Chiara. Un ultimo documento era presente nella cartella stampa, il titolo sapeva di dolore: Teatro dell’Opera di Roma, quale futuro?. Contiene dieci domande che gli operatori dello spettacolo e i sindacati che li rappresentano, hanno rivolto al neo Ministro  ai Beni e le attività culturali, Dario Franceschini, al sindaco di Roma, Ignazio Marino, al presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e al sovrintendente Carlo Fuortes, sul futuro del Teatro dell’Opera, sui tagli al personale, sulla capacità e qualità che si vorranno mantenere, , sui piani di risanamento. Inoltre chiedono come mai i responsabili di questa situazione restano al loro posto, il tutto mentre chiedono un tavolo di confronto che non riescono ad ottenere. Dopo tutto non è cultura ma Roma, ed ultimamente ci possiamo aspettare anche questo.

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Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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