9 febbraio 1849 : dalla Repubblica Romana alla “Giovine Europa”

Comunicato stampa da Radicali Ecologisti. 9 febbraio 1849: viene proclamata la Repubblica Romana, costituita da Lazio, Umbria, Marche e Romagna, ponendo fine, purtroppo solo per un breve periodo, al potere temporale della Chiesa.

La piccola repubblica fu riconosciuta ufficialmente soltanto dagli Stati Uniti ed ebbe vita breve a causa dell’intervento militare della Francia di Napoleone III, che riportò al potere Pio IX. Tuttavia i suoi cinque mesi di vita (dal 9 febbraio al 4 luglio) rappresentano una tappa fondamentale per la storia italiana. Da questa esperienza nascerà sia il movimento radicale che quello repubblicano, il movimento cooperativo, le prime formazioni sindacali. Molti dei principî sanciti nella Costituzione della Repubblica Romana concorreranno a formare il corpus della nostra attuale Costituzione. Con cento anni di anticipo rispetto alla Repubblica italiana, la sovranità viene attribuita al popolo come “diritto eterno”, attraverso un “regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta”. La Repubblica, che “promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini”, proclama l’eguaglianza tra donna e uomo, la netta separazione tra Stato e Chiesa, affermando che “dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici”, abolisce la pena di morte (che nel Regno d’Italia avverrà solo nel 1879, reintrodotta con il fascismo e abolita definitivamente con la Repubblica).

Ma il 9 febbraio è anche una tappa decisiva per il federalismo europeo. La Repubblica Romana e la sua Costituzione non sono soltanto una costruzione giuridica, ma anche morale. La Repubblica, infatti “riguarda tutti i popoli come fratelli; rispetta ogni nazionalità: propugna l’italiana”. E qui vi è l’ambizione, tutta mazziniana, di fare della Repubblica Romana il nucleo dell’unificazione italiana: una Repubblica laica, democratica, umanista che abbia come missione quella di costruire anche un’Europa unita, laica, dei cittadini. La visione mazziniana è quindi alla base del sogno europeo che riemergerà, un secolo più tardi, nel Manifesto di Ventotene. Detto questo, non si riesce a capire come tanti radicali si sorprendano quando affermiamo che noi radicali siamo mazziniani e, oltretutto, eredi della sinistra mazziniana! E come non comprendere o addirittura ignorare la stupefacente modernità del progetto mazziniano (e quindi spinelliano) di un’Italia che mette al centro l’unità nella fratellanza di tutti i popoli europei come “missione di civiltà”.

E forse dovremo, presto o tardi, ripartite dallo spirito del 9 febbraio, perché questo ci sembra l’unico antidoto che abbiamo per ribaltare un’Europa deformata dalle teorie di Jean Monnet e dei conservatori (popolari, socialdemocratici, liberali) che sin qui hanno gestito l’Unione europea, trasformando quello che era un grande progetto di pace in un lager burocratico e tecnocratico. Una regressione sancita definitivamente con il Trattato di Lisbona. Mentre sembra quasi impossibile che le prossime elezioni europee di maggio possano segnare una netta inversione di tendenza, vista la povertà culturale e politica degli attuali protagonisti sia in Italia che nel resto d’Europa, è invece molto probabile che il prossimo EuroParlamento sarà ostaggio dei nuovi e vecchi populismi e che, ironia della sorte, l’alternativa a questi sarà rappresentata proprio dagli stessi fallimentari ceti politici. Quel che servirebbe è una terza via per la “Giovine Europa”, federalista, laica, democratica e umanista, che faccia dell’ecologia l’impegno centrale per la costruzione di un nuovo paradigma economico e sociale, capace di affrontare le nuove sfide (crisi dei combustibili fossili, crisi climatica, crisi alimentare, crisi degli ecosistemi e delle risorse naturali) prima che la crisi democratica travolga di nuovo l’Italia e l’Europa. Da questo punto di vista ci sembra davvero incredibile l’immobilismo dei radicali: non solo italiani, ma anche di quelli francesi, di quelli danesi, di quelli catalani, di quelli olandesi. Pensiamo davvero che la piccolo-borghese ALDE possa essere all’altezza delle sfide – davvero gigantesche – che il nostro continente ha di fronte? E non pensate che sia ora di costruire UN partito radicale europeo? Se addirittura gli euroscettici riescono a muoversi in un’ottica di federalismo organizzativo, appare davvero assurdo (e anche un po’ provinciale) che i partiti più “europeisti” di tutti, i radicali appunto, continuino a muoversi in ordine sparso.

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

Cosa ne pensi?

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: