Recensione Libro “La Pena Visibile” di Salvatore Ferraro

La pena visbileSi è tenuta ieri 24 aprile nella splendida cornice della Domus Talenti di Roma la presentazione del libro “La Pena Visibile” di Salvatore Ferraro, vittima ingiusta del sistema giudiziario Italiano. Dalla sua esperienza come detenuto è nato il suo nuovo libro “La pena Visibile” edito da Rubbettino, quella di Ferraro è una teoria che nasce per dimostrare l’inutilità del sistema carcerario Italiano e soprattutto Occidentale, spiegando, ovviamente, la ragione di questo fallimento, della sua inutilità. Pena Visibile perché è proprio la visibilità, intesa come la possibilità da parte della società e della vittima del reato di partecipare al percorso sanzionatorio del condannato, e di creare intorno a lui un ambiente condizionante dissolvendo quello carcerario.

Alla presentazione era presente Davide Giacalone, giornalista impegnato per anni sulla questione delle tossicodipendenze, il quale ha ripetuto come questo libro parli in realtà del’ipotesi che l’istituzione carceraria possa davvero finire, definendo il carcere –un posto di inimmaginabile inutilità– un posto che tende in realtà ad irresponsabilizzate i detenuti usando regole che sono l’opposto delle regole per la riabilitazione dell’individuo.  Salvatore Ferraro parla di “condannati”, nel suo libro, non dei detenuti in custodia cautelare, sottolineando che quando vieni messo in carcere è meglio sperare che tu sia colpevole e non innocente, perché con i tempi della giustizia italiana che non sempre fa il suo corso, da innocente il male è peggiore, e l’Italia è un Paese senza giustizia, e questa assenza si rispecchia perfettamente nella situazione carceraria.

L’onorevole Daniele Capezzone ha ringraziato Salvatore Ferraro per aver praticato un buon realismo, quello di chi vede le cose, quello di chi ha il coraggio di cambiare profondamente qualcosa che non funziona: “ Questo libro è un meraviglioso imprevisto”.

In fine la Dott.ssa Barone, educatrice all’interno dei penitenziari, ha voluto porre l’accento sulla questione della sofferenza, psicologica e fisica del detenuto al quale viene privata la libertà. La sofferenza carceraria è isolata, tutti i detenuti diventano uguali nello stato di privazione della libertà. Il detenuto non vive solo la sua sofferenza ma acquisisce anche quella della propria famiglia. Quindi per evitare il grave stato di de-responsabilizzazione in cui il detenuto entra, si dovrebbe non privare costui della libertà, ma semplicemente limitarla, una limitazione di spazio ma sempre a contatto con la società libera, per avere la possibilità di frequentare un ambiente che sia diverso da quello della sofferenza che stanno vivendo.

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