Mariastella Gelmini. Un ritorno dalla parte della donna

In queste ore, si sta dibattendo sulla possibilità di far tornare Mariastella Gelmini al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Mariastella gelmini

Onestamente, questa eventualità non mi rende particolarmente entusiasta, e mi ha anche spinto verso riflessioni più generali. Sui diversi social, e non solo, ho notato donne felici della possibilità perché, appunto, Mariastella è una donna, quindi, in un certo senso, sempre tutte sotto la bandiera del girl power! Poco importa, mi pare, sia più o meno adeguata al ruolo quella determinata donna. Io, da antropologa del genere, da simpatizzante verso il femminismo, e più ancora da donna, credo fermamente che le donne meritino più spazio e opportunità; ma, al contempo, ritengo che non sia questa la giusta strada da percorrere: non penso che basti una donna posta in un incarico pubblico per sensibilizzare sulle questioni di genere e, soprattutto, non una qualsiasi.

Apro una parentesi per sottolineare come questo, ovvero l’idea che una poltrona venga affidata a qualcuno solo in virtù del dato sessuale, mi ha sempre posto contro le quote rosa, che considero una forma di assistenzialismo e nella migliore delle ipotesi la cura al sintomo e non alla male. Chiusa la parentesi, azzarderei che la categoria, di per sé, non ci dice molto circa la validità o meno di una persona: l’essere uomo o donna, in una qualche misura, struttura anche l’identità, ma non la caratterizza tout court come si tende a far credere, come si potrebbe essere indotti a pensare, esultando per una candidatura femminile senza porsi delle domande preliminari e fondanti.

Oggi, le donne studiano, lavorano, viaggiano, hanno opinioni e indipendenza, economica ed emotiva. Adesso, le donne sono in grado di porsi quali interlocutori attivi in un dialogo fecondo con il referente maschile, a patto però che rispettino due condizioni: in primo luogo, l’uomo non andrebbe considerato come un antagonista, da contestare o a cui omologarsi di volta in volta; in seconda istanza, è doveroso prendere atto che la femminilità è un’ampia e sfaccettata categoria che abbraccia delle differenze tali che, spesso, possono esistere donne più simili a un uomo che ad altre donne. Dire “donna” equivale a dire tutto e nulla. Mi piacerebbe che si tornasse a discutere nei termini dell’individualità, che si tornasse a ribadire e difendere questa categoria, che non va intesa con le derive di individualismo sfrenato che ha spesso assunto nella cultura occidentale: una donna avrebbe, dovrebbe, avere diritto a ricoprire ruoli di responsabilità perché la sua formazione, la sua indole e i suoi desideri lo consentono; perché vale e ha il diritto di impegnarsi per la cosa pubblica, dando il suo contributo, un contributo che viene fuori in quanto persona. Per questo, a chiusura della mi riflessione, vorrei spronare le donne a liberarsi da una forma di vittimismo e rinuncia a priori che nascondono dietro l’adagio “è colpa del sistema”: che la società sia stata, e in parte sia ancora, costruita a misura di maschio, è una verità innegabile, però, è pure vero che, ormai, questo antico regime mostra chiari segni di cedimento, si presenta come un rudere che sta miseramente cadendo a pezzi.Che noi dobbiamo contribuire ad abbattere definitivamente.

Per questo, è il momento giusto per un risveglio femminile consapevole; un risveglio che tenga conto del passato, che ne conservi le acquisizioni ma sappia anche “perdonare” e andare oltre; un risveglio che si fondi sulla necessaria solidarietà femminile ma non escluda l’uomo che, a mio avviso, si presenta adesso a sua volta “cambiato” dal processo globale e portatore del medesimo desiderio – bisogno di ristabilire, forse creare ex novo, un rapporto con la parte femminile della società, ma anche della famiglia, della coppia e persino con quella che vive in lui ma le ragioni culturali l’hanno spinto a negare o celare.

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