Dal congedo parentale a quello di paternità tanta la strada da fare

Ribaltare-le-pari-opportunitaUsufruibile da entrambi i genitori, il congedo parentale facoltativo, si sa, è uno strumento poco utilizzato dai padri di famiglia in Italia, vuoi per la drastica riduzione che determina del salario, vuoi per alcune resistenze di tipo socio culturale, solo il 6.9% dei padri lavoratori ne usufruisce.

Il genitore può infatti astenersi dal lavoro per un periodo di 7 mesi, nell’arco dei 3 anni di vita del figlio, ricevendo un’indennità pari al 30% della retribuzione. Un lusso di questi tempi che rimane prerogativa dell’universo femminile. Diversa la situazione nel resto dell’ Europa, ad esempio in Germania, dove il padre può dividere con la madre fino a 12 mesi di congedo al 67% della retribuzione. Se non desta alcuno stupore la posizione svantaggiata dell’Italia in materia di congedo parentale, qualche perplessità riguarda l’evoluzione della normativa sul congedo di paternità.

Dobbiamo quindi risalire alla direttiva approvata dal Parlamento Europeo nel 2010 che introduce il concetto di congedo di paternità obbligatorio all’interno della legislazione riguardante il congedo parentale: secondo questa direttiva i padri avrebbero diritto a 2 settimane di congedo di paternità obbligatorio retribuito al 100% dello stipendio. Non è una legge, ma un’indicazione di condotta, un tentativo di mutamento culturale di equiparare padre e madre nella cura dei figli e della famiglia, così da rendere uomini e donne più simili agli occhi del datore di lavoro, creando un impatto positivo sull’occupazione femminile. I paesi europei si adeguano: in Norvegia, dove i padri hanno a disposizione ben 12 settimane di congedo retribuito al 100%, in Svezia, dove 2 mesi di paternità sono obbligatori e retribuiti all’80% dello stipendio. In Italia la proposta di legge sul congedo di paternità obbligatorio presentata con la mozione Mosca – Saltamartini viene congelata. Fino ad allora il congedo di paternità obbligatorio era usufruibile soltanto in circostanze gravi, quali la morte o l’infermità grave della madre, l’abbandono o l’affidamento esclusivo del bambino al padre.

All’inizio del 2012 il ministro Elsa Fornero si dice favorevole all’obbligatorietà del congedo di paternità:

“Si potrebbe pensare di rendere obbligatorio il congedo di paternità, per un certo periodo, per superare le resistenze a un gap culturale del nostro Paese”

dice in una puntata del programma Otto e mezzo del 30 Gennaio 2012. Così il congedo di paternità obbligatorio diventa legge in via sperimentale per gli anni 2013 – 2014 e 2015 con un solo giorno obbligatorio di astensione dal lavoro retribuito al 100% dello stipendio, più altri due giorni di astensione, facoltativi, che vanno scalati da quelli della madre, entro e non oltre il 5° mese di vita del bambino. Il ragionamento è molto semplice: rendendo coatto il congedo per la paternità, si rendono uguali uomini e donne davanti agli occhi del datore del lavoro, entrambi usufruiscono delle stesse agevolazioni in un circolo virtuoso che finisce per rendere normale e naturale cio’ che ancora non lo è, vale a dire le cure di un padre per un figlio, finalmente equiparate alle cure di una madre.

Ma basta un solo giorno obbligatorio di astensione dal lavoro dei padri lavoratori per creare quella tanto auspicata parità tra i generi che rincorriamo da secoli e che permetterebbe alle donne di dedicarsi con maggior facilità alla carriera?

Pur riconoscendo l’affermazione culturale e sociale del principio dell’obbligatorietà per il congedo di paternità anche nella legge italiana, quello della Fornero sembra un goffo tentativo di scimmiottare i paesi europei senza cambiamenti sostanziali. Alle semplici dichiarazioni di intenti, sarebbe stata preferibile una politica di welfare finalizzata al potenziamento di asili nido, servizi pubblici per l’infanzia e lavoro part time per permettere alle donne di lavorare e di avere figli.

Cose ben lontane dall’essere realizzate.

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