Le corde che non possono essere toccate. Bondage

shibari

La parola Bondage evoca una melodia armoniosa, proprio come quelle note musicali modulate su un’arpa. Letteralmente la parola Bondage vuol dire legame, viene inteso come mezzo per immobilizzare un corpo con corde ed è una pratica che si colloca al confine tra il gioco erotico tradizionale e l’erotismo estremo.

Pratica che affonda le sue radici in una antica arte giapponese, lo shibari, nato in Giappone nel XVI secolo, per oltre duecento anni è stato utilizzato come fonte di prigionia per poi stilizzare l’immaginario collettivo nei teatri kabuki; dal teatro alle alcove, è li che scivola elegantemente lo shibari, un erotismo elitario, riservato alle geishe che intrattenevano i loro clienti con canti e poesie e quell’intreccio di legature e di corde che imprigionava il corpo serrando l’anima in un gioco di sesso coinvolgente ed estremo.

Lo shibari trasloca, poi, in Occidente negli anni ’40 e, attraverso l’arte figurativa, suggerisce e racconta la sessualità intensa e misteriosa di quei corpi sospesi e imprigionati in corde tanto robuste quanto fragili. Fascinazione d’immagini e sadomasochismo, sesso estremo ed estetica fetish così lo shibari in Occidente diventa Bondage. Venuto alla ribalta qualche anno fa, quando nel garage di una Roma periferica e addormentata, quel gioco di corde e di sesso, di erotismo sofisticato ed estremo, chiudeva respiro e vita di una giovane donna, spingendone un’altra nello stesso confine.

Cosa spinge due giovani donne a farsi legare in una sorta di bilancia erotica che oscilla tra il piacere e il senso imminente di dolore, un altalenarsi di emozioni adrenaliniche di morte o il desiderio altrettanto adrenalinico di vita? Frustrate da una vita monotona e abitudinaria, molte donne, amano farsi legare, desiderano essere possedute, considerate un oggetto sospeso nell’aria tagliente. Diventano acrobate circensi e offrono al loro pubblico la sensazione interiore di un equilibrio precario.

Ma se non si parlasse di frustrazione ma di pura epinefrina? Il corpo di una donna, come la sua mente, è un territorio inesplorato di ombre e desideri. L’anima chiusa nel perbenismo imprigiona la voglia di essere sé stessi e crea maschere che, se sollevate, paleserebbero volti sfigurati dalla paura di mostrarsi. Ecco che allora, per far emergere la propria natura, si cerca la vita, si cercano emozioni turbolente e fuori dalle mura domestiche, lontano da pettegolezzi e preconcetti. Si dice che la vita va vissuta, è uno slogan che sentiamo spesso dopo aver ricevuto una pacca sulla spalla da un amico, a seguito di una delusione, prima di festeggiare un evento, ma allora vi chiedo se si può morire per aver vissuto? Dove è il limite? Chi lo stabilisce e perché.

Quelle donne che morirono dopo il Bondage lo rifarebbero o la voglia di vivere, per un solo effimero attimo, scavalcherebbe anche l’idea della morte. Forse è davvero il destino a muovere le corde delle nostre vite.

2 pensieri riguardo “Le corde che non possono essere toccate. Bondage

  • 20 marzo 2013 in 23:45
    Permalink

    L’ episodio di cronaca nera romano è avvenuto vicino a dove abito. Sebbene conoscessi la zona del triste evento ignoravo cosa fosse il bondage. I giornali non sempre aiutano e la croncaca resta tale; è necessario guardare oltre i fatti per capirne le cause.

  • 20 marzo 2013 in 23:45
    Permalink

    L’ episodio di cronaca nera romano è avvenuto vicino a dove abito. Sebbene conoscessi la zona del triste evento ignoravo cosa fosse il bondage. I giornali non sempre aiutano e la croncaca resta tale; è necessario guardare oltre i fatti per capirne le cause.

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