Intelligenza artificiale, scenari per il futuro

Guidare e non farsi guidare dall’intelligenza artificiale. Obiettivo amplificare le potenzialità dell’uomo, non sostituirlo.

Arriverà davvero il giorno in cui i robot sostituiranno l’uomo? Tecnologia alleata o nemica? Minaccia oppure opportunità? Quesiti di strettissima attualità. La certezza è che ormai siamo in presenza di un processo irreversibile, dal quale cioè è impossibile tornare indietro: il progresso tecnologico è inarrestabile e, soprattutto, destinato ad aumentare col passare degli anni, andando ad impattare in maniera sensibile non solo su molti aspetti della nostra vita quotidiana ma anche sul mondo del lavoro.

Uno dei campi dove la tecnologia dà e potrà dare un apporto sempre crescente è senza dubbio quello sanitario: i robot e l’intelligenza artificiale, ad esempio, possono analizzare i dati dei pazienti, migliorare la diagnostica e supportare i chirurghi negli interventi critici. Tante le aree di intervento: da una prevenzione puntuale a una diagnosi più rapida e precisa, combinando dati e monitorando in tempo reale.

Guidare e non farsi guidare

“Siamo sulla soglia di un mondo completamente nuovo. I benefici possono essere tanti, così come i pericoli. E le nostre intelligenze artificiali devono fare quel che vogliamo che facciano”, parole pronunciate dal celebre astrofisico inglese Stephen Hawking, scomparso nel 2018. Se non ci prepariamo a gestirla, ha sostenuto più volte, l’intelligenza artificiale potrebbe essere il peggior evento della storia della nostra civiltà. Per questo occorre attuare tutte le strategie necessarie per evitarlo. “Dobbiamo semplicemente sapere che ci sono dei pericoli e dobbiamo identificarli. Magari fra chi ascolta c’è già chi ha una soluzione. Io sono un ottimista e credo sia possibile creare un’intelligenza artificiale per il bene del mondo”.

Tanti, senza dubbio, i vantaggi per cittadini, economia e società, ma l’intelligenza artificiale – i cui effetti possono potenzialmente danneggiare o beneficiare le persone, le organizzazioni e la società – non è esente da rischi e limiti. Non siamo, infatti, in presenza di una tecnologia “neutrale” ed è qui che entra in gioco la “questione morale”.

Di questo e molto altro si è parlato nel corso del primo di una serie di webinar organizzati da Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi – Invernizzi per il Futuro intitolato “L’uomo non è una macchina”

“Viviamo una fase in cui causa Covid stiamo rivalutando la scienza e la tecnologia grazie a quello che è successo. Tutti ci aspettiamo moltissimo da loro. Queste conferenze sono finalizzate ad analizzare la complessità di ciò che abbiamo vissuto, di ciò che viviamo per disegnare un futuro che sia migliore del passato che ci lasciamo alle spalle”, ha dichiarato in apertura Sergio Abrignani – Direttore Scientifico e Professore – INGM e Università Statale di Milano.

Al webinar ha partecipato Federico Faggin, orgoglio italiano nel mondo: nel 2010 ha ricevuto dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, la Medaglia Nazionale per la Tecnologia e l’Innovazione per l’invenzione del microprocessore, il componente che ha fatto nascere la terza rivoluzione tecnologica della storia: quella dell’elettronica e dell’informatica. Fisico, inventore ed imprenditore, nasce a Vicenza per poi trasferirsi negli Stati Uniti, in Silicon Valley.

È stato capo progetto e designer dell’Intel 4004, il primo microchip al mondo, e fondatore, nel 1974, di Zilog, la società che ha prodotto il mitico Z80, uno dei processori più importanti della storia

Nel 1986 ha fondato Synaptics, l’azienda che ha sviluppato la tecnologia Touchscreen prima, per capirci, della Apple di Steve Jobs. Nel 2011 ha fondato la Federico and Elvia Faggin Foundation, una organizzazione no-profit dedicata allo studio scientifico della coscienza. “Il mio pensiero è che la vera intelligenza richiede coscienza, e che la coscienza è qualcosa che le nostre macchine digitali non hanno, e non avranno mai’. È una frase che ritroviamo nel libro autobiografico di Faggin, dal titolo: ‘Silicio, dall’invenzione del microprocessore alla nuova scienza della consapevolezza‘, edito da Mondadori nel 2019.

“Non approfittare delle potenzialità dell’intelligenza artificiale sarebbe controproducente nonché dannoso”, dice Faggin secondo il quale l’intelligenza artificiale, “è qui per restare” e cambierà il nostro futuro, ma “va usata con intelligenza umana”.

Sbagliato, dunque, porre il discorso sulla competizione tra uomo e robot

serve piuttosto una collaborazione in modo che l’intelligenza artificiale “faccia le cose meccaniche meglio di come le facciamo noi, ma con la supervisione umana e l’intelligenza umana”. Con l’obiettivo di creare strutture, anche sociali, finalizzate al bene comune.

“Se non studiamo gli aspetti che ci rendono umani – prosegue Faggin – ma studiamo solo gli aspetti che ci rendono macchine finiremo per credere che siamo macchine che purtroppo è quello che in gran parte succede oggi. Dobbiamo invece studiare quello che ci distingue dalle macchine e che cos’è che ci distingue dalle macchine? Le emozioni. Il pensiero. L’immaginazione. L’arte. La capacità creativa”.

La tecnologia, infatti, deve amplificare l’uomo, non sostituirlo. Come dire, qualunque sia la sua estensione, l’intelligenza artificiale si espande in maniera orizzontale ma fallirà sempre il salto verticale della creatività che è e, per fortuna, resterà peculiarità umana.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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