Julio Savi. Essere onde dello stesso mare

Riflessioni ai margini della pandemia da Covid-19. Julio Savi (poeta e studioso, autore di libri, articoli, saggi e traduzioni di Scritti sacri bahá’í).

Negli ultimi anni, per descrivere una delle qualità fondamentali per superare un momento di grande difficoltà, viene sempre più utilizzata una parola che un tempo in Italia era un termine tecnico: resilienza. Solo di recente abbiamo seguito il mondo anglofono nell’usare questo vocabolo con il significato di “capacità di reagire a traumi e difficoltà”, prima utilizzato solo per indicare un particolare tipo di resistenza dei metalli o dei tessuti. La nuova accezione pare essere molto calzante per spiegare la grande tenacia che noi italiani stiamo dimostrando di avere nel combattere un terribile nemico chiamato pandemia.

Uno degli aspetti che la resilienza ha (ri)portato in luce in questo buio periodo è quello dell’amor di patria. Si sono sentiti inni di Mameli, si sono visti tricolori esposti, quasi fossimo di fronte a un inaspettato risorgimento patriottico. Ad alcuni di noi è tornata alla mente la lezione di un grande italiano dell’Ottocento, Giuseppe Mazzini, un personaggio stimato anche fuori dai confini della nostra terra. Egli scriveva: «La Patria non è un territorio; il territorio non ne è che la base. La Patria è l’idea che sorge su quello; è il pensiero d’amore, il senso di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio» (I doveri dell’uomo, cap. V).

Ma sosteneva anche che l’amor di patria dovesse essere sempre subordinato al rispetto dell’intera umanità:

«I vostri primi doveri, primi non per tempo ma per importanza e perché senza intendere quelli non potete compiere se non imperfettamente gli altri, sono verso l’Umanità» (I doveri dell’uomo, capitolo IV). E su questa base poteva esprimere questo splendido concetto: «Io amo la mia patria perché amo tutte le patrie». Ecco un nazionalismo moderno cui vale la pena inneggiare.

Ma per vivere all’insegna di questi nobili pensieri, ci vuole coraggio, il coraggio di superare il timore che la diversità, in quanto elemento sconosciuto, ci incute. Il premio sarà riuscire finalmente a vedere in quell’umanità sconosciuta una bellezza che prima il timore ci nascondeva. Cavalcando questa nobile onda Mazzini era arrivato già nell’Ottocento a sognare la Giovane Europa. Noi oggi forse possiamo sognare qualcosa di più: un mondo unito nella magnifica diversità delle sue lingue, delle sue razze, delle sue culture, delle sue fedi o non fedi.

Questo sogno ce lo ha ricordato, tra i tanti esempi di solidarietà di questi giorni, la grande azienda cinese Xiaomi che ha donato una notevole quantità di mascherine al nostro Dipartimento della protezione civile. Gli operatori sanitari che hanno ricevuto quelle apprezzatissime casse sono stati sorpresi nel leggervi sopra il seguente slogan: «Siamo onde dello stesso mare, foglie dello stesso albero, fiori dello stesso giardino».

I mittenti cinesi di quel dono hanno attribuito queste parole a Seneca

parole un po’ troppo fiorite per poter essere ascritte a un sobrio filosofo latino. Possiamo però trovare parole molto simili, pronunciate da Abdu’l-Bahá, figura centrale della Fede bahá’í, e contenute in un libro intitolato “Promulgazione della pace universale”: «All mankind are the fruits of one tree, flowers of the same garden, waves of one sea (Tutti gli esseri umani sono frutti di un solo albero, fiori dello stesso giardino, onde di un unico mare)» (‘Abdu’l-Bahá, The Promulgation of Universal Peace, p. 118).

L’augurio è quindi quello di poter trarre anche dal più arduo ostacolo una grande lezione di umanità. Che il nostro innato desiderio di armonia, equilibrio, pace e bellezza possa portarci, passo dopo passo, verso quella piccola pace domestica, condominiale, cittadina, nazionale o internazionale di cui tutti sentiamo bisogno.

Julio Savi

SenzaBarcode Redazione

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