Il fantasy firmato da Luciano Capponi in scena fino al 24 aprile al Teatro Agorà il debutto de “La resurrezione del Vasetto di Pandora”. Cronaca dalle ultime zone abitate dopo la fine del mondo

Il Maestro del Fantasy Luciano Capponi torna sul palco del Teatro Agorà con un debutto da non mancare. Fino al 24 aprile 2016 l’autore e regista di teatro, cinema e televisione, presenta “La Resurrezione del Vasetto”, portando a teatro la teoria apocalittica della fine del mondo con una curiosa ipotesi di sopravvivenza. Con Giulio Brando, Valentina Scorsese, Stefano D’Angelo, Bessy Bang, Ione Medina e Lolo Frizza.

Una favola divertente e al tempo stesso inquietante sul futuro non tanto remoto dell’umanità, una cronaca dalle ultime zone abitate dopo la fine del mondo, un racconto sarcastico ed esilarante sui sopravvissuti all’ultimo cataclisma. Una fortuna assistervi e immaginare di essere tra quei 23 fortunati (fortunati?) scampati all’estinzione.

Lo spettacolo ci porta in un’atmosfera sospesa, nella quale si muovono alcuni impavidi controeroi confrontandosi non solo con la scarsità di risorse e di cibo, ma con gli inganni della mente e con il difficile compito di testimoniare l’ultimo ‘pit stop’ della razza umana. Fine della storia. Fine delle parole. Fine dei maestri. Fine. La domanda è d’obbligo: ‘Riusciranno i nostri eroi….?’

“Sulla favola medievale di un guardio (Bertazio) e di un principe (Cecilio) – afferma Luciano Capponi – si svolge la lotta per la supremazia del maschio da una parte e per l’esplosione del sentimento dall’altra. Sentimento che è la parte più intelligente della dualità umana. ‘Cogito ergo non sum’ sembrerebbe indicare il principe. E poi il re, la regina, Clotilde la fidanzata di Bertazio, si intrecciano con i loro propositi irrisolti e devastanti. Ma non è questa la storia: tutti sono testimoni che il mondo sta per finire (siamo in epoca contemporanea) e in attesa di morire per fame decidono di recitare un vecchio copione sperando che qualcosa possa salvarli. Una sorta di analisi “pre-mortem” condita da riflessioni audaci.

Dentro e fuori il personaggio alla disperata ricerca di un’identità che non prevede un protocollo di attivazione se non nella follia. Una sarabanda senza soste, un carosello di ritmi e coralità, una coreografia di suoni e sudori incalzanti. L’attore nudo, senza pietà né ripensamenti. Se fossi un critico direi: da non perdere. Presunzione o consapevolezza? Decidetelo voi. Tanto siamo già morti”.

By SenzaBarcode Redazione

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