Giachetti, il PD a perdere?

Roberto Giachetti è il candidato renziano ufficiale per la corsa al Campidoglio. A Marzo la sfida nel PD romano per le primarie, e già si pronostica il big match con Ignazio Marino.

Roberto Giachetti viene scelto da Renzi e catapultato nell’agone delle elezioni amministrative romane dopo la stagione politica più controversa che la Capitale abbia vissuto negli ultimi decenni e finita con il sindaco Ignazio Marino dimesso dalla propria maggioranza. Non sarà solo guerra tra partiti e coalizioni avverse, ma una vera e propria battaglia all’interno del PD con Roberto Giachetti che da vicepresidente della Camera si ritrova nel ruolo scomodo del candidato sindaco di Renzi nel periodo peggiore per il PD romano, infatti c’è voluta tutta l’insistenza del Premier per convincerlo a gettarsi in questa sfida complicata e senza dubbio poco remunerativa, soprattutto politicamente. Non siamo più nell’era del primo Rutelli o di Veltroni, due dei personaggi chiave della storia politica di Giachetti, per cui essere sindaco di Roma comportava più onori che oneri, passaggio per la conquista di notorietà nazionale ed internazionale e trampolino di lancio per la sfida a Palazzo Chigi: persa, però, in entrambi i casi. Quella di oggi sembra più una pratica masochista, soprattutto per gli sfidanti del PD. Vinta la ritrosia, Roberto Giachetti pone una condizione ineludibile dopo gli ultimi accadimenti e soprattutto dopo le 19 “coltellate” sferrate dai consiglieri PD al proprio sindaco: le primarie!

Tutte le sfide del candidato

La tragedia che si vive all’interno del PD romano, e quindi nazionale, si vede in questa candidatura “imposta” da Renzi ad uno dei suoi pupilli. Prima di Roberto Giachetti non si è vista una grande folla di graditi al Premier lottare per questa candidatura, anzi, sembra di aver vissuto più una sorta di fuggi fuggi generale, e lo stesso Giachetti è stato pregato di scendere in campo, una richiesta a cui non si poteva dire di no. I motivi di questa fuga sono davanti agli occhi di tutti; secondo alcuni sondaggi sul voto romano dopo “l’affaire” Marino il PD si attesterebbe sotto il 20%, sensibilmente dietro al M5s mentre i partiti che potrebbero rappresentare una coalizione di centrodestra aumentano in percentuale così come il battitore libero Alfio Marchini con la sua lista civica. Il PD romano esce da una stagione politica devastante: prima viene commissariato da Renzi, poi subisce l’onta di Mafia Capitale e successivamente dimette il proprio sindaco nel braccio di ferro mediatico più cruento possibile per l’opinione pubblica. Vero che il sindaco dimesso Ignazio Marino ci ha messo del suo in questo finale da tutti contro tutti con tradimento annesso, semmai desta perplessità che il finale cruento con cui si è conclusa l’esperienza romana del chirurgo dem abbia fatto dimenticare troppo in fretta un’amministrazione che ha vissuto in soli due anni e mezzo una serie vorticosa di rimpasti, dimissioni -compresa quella volontaria dello stesso Marino poi ritirata-, ripartenze e fallimenti clamorosi. Roma ha vissuto nel peggiore dei modi il tracollo più che il tramonto del “Modello Roma” e dei suoi protagonisti a partire da uno dei suoi maggiori esponenti: Goffredo Bettini, ormai in fuga dalle vicende romane.

Il candidato fa la differenza

Ormai si può dire che non sarà il simbolo a fare la differenza ma il candidato. Ad esempio le 24 mila famiglie dei dipendenti capitolini dopo la vicenda ancora indefinita del loro salario accessorio e gli scontri epocali contro la giunta Marino difficilmente voterebbero un candidato del PD a scatola chiusa. Anche perché il rapporto tra il sindaco ed i suoi dipendenti è fondamentale e scottati dall’esperienza del chirurgo sarà difficile spingere i comunali a votare una persona di non stretta affidabilità. Giachetti già parte molto male, i vigili se lo ricordano per la lunga polemica istituzionale dopo che non fu fatto passare in via Petroselli il 25 aprile con il proprio mezzo privato in occasione della cerimonia: le disposizioni parlavano chiaro, nessun mezzo privato poteva raggiungere l’area delimitata, solo auto istituzionali e scorte; per questa diatriba lo stesso Vincino scese in campo con una delle sue vignette al vetriolo. Inoltre il candidato renziano anche se conosciuto tra gli addetti ai lavori è sostanzialmente uno sconosciuto alla maggioranza dei romani che andrà a votare, qualcuno l’ha visto smunto e trasandato in Tv durante uno dei suoi scioperi della fame, ma ha difficoltà a ricordarne perfino il nome oltre che le iniziative su carceri e amnistia, sulla legge elettorale e sui diritti civili. E’ vero che fu capo di gabinetto durante i primi mandati di Rutelli e veltroniano di ferro quando lo stesso lanciava da sindaco di Roma la sua sfida a Berlusconi, ma parliamo ormai di ere geologiche in politica, e comunque il suo posto era piuttosto dietro le quinte che in prima fila nel fallimentare Modello Roma, ben più noti sono i nomi circolati durante queste settimane, da Walter Tocci a Paolo Gentiloni passando in un primo momento per la Madia, addirittura c’è chi sperava in una mossa di Zingaretti, l’ultimo vero vincente del PD romano.

Le barbe

Non sappiamo come andrà a finire questa sfida, prima nel PD che nella città, ma sicuramente c’è un trait d’union tra i personaggi Ignazio Marino e Roberto Giachetti. Il primo si è presentato pulito con la faccia da seminarista un po’ bambacione rappresentante delle battaglie per i diritti civili si è trasformato con barbetta sale e pepe ben studiata, stile aggressivo e presenzialista in materia papale. L’altro già si presenta con look accortamente trasandato, barba incolta brizzolata e storia anticlericale -come Rutelli nasce nel mondo pannelliano-: ce lo ritroveremo in doppiopetto sartoriale, sbarbato e … papalino?

SenzaBarcode Redazione

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