Un mondo a tutta birra con Semi (di) Libertà

“Conoscere i luoghi, vicini o lontani, non Vale la Pena, non è che teoria; saper dove meglio si spini la birra, è pratica, è vera geografia.” Goethe

Il pranzo in birreria è il sogno di molti, ricordo la gioia quando da piccoli si andava in zona via Cola di Rienzo tra porchetta, fusaie, olive e birra con gazzosa. L’ho rifatto, questa volta direttamente in birrificio, e mangiare accompagnando i piatti con ottima birra appena spillata insieme ad una compagnia allegra sotto le feste di Natale rende il sogno ancora più bello. Di birra artigianale, buona e fatta con tanta dedizione in Italia ce ne vorrebbe a fiumi, per colmare il gap con altri paesi europei ben più rinomati nella produzione e nel consumo della nota bevanda, ma soprattutto perché in tempi di così grave crisi economica ed occupazionale inventarsi un modo per fare impresa puntando sulla qualità artigianale è il modo migliore per guardare al futuro del nostro Paese.

Per il birrificio Vale la Pena c’è qualcosa in più, nasce da un’idea del suo creatore Paolo Strano dopo aver lavorato nelle carceri come fisioterapista, soprattutto in quel vero e proprio girone dantesco che si chiama Regina Coeli, che lo induce a fare qualcosa perché il calvario delle recidive sia limitato al massimo. Infatti un dato di evidenza cristallina vuole che chi esce dal carcere senza misure alternative ci ritorna sette volte su dieci, mentre chi ha imparato un lavoro due su cento come si legge nella home del sito della Onlus Semi (di) Libertà finalizzata alla formazione ed all’inserimento professionale di lavoratori svantaggiati che, appunto, si prefigge il fine di rompere il circolo delle recidive.

Da marzo 2014 la Onlus Semi (di) Libertà gestisce questo progetto cofinanziato dal Ministero dell’Università e Ricerca e dal Ministero della Giustizia, ovvero un Birrificio Artigianale dove i detenuti, provenienti dal Carcere di Rebibbia, vengono formati alla professione di Tecnico Birraio ed avviati all’inclusione professionale nella filiera della birra. L’obiettivo non è solo quello di insegnare la professione ai detenuti in semi libertà, e visto l’interesse in crescita per la birra artigianale può sicuramente inserirli nel mondo del lavoro, ma anche quello di autofinanziarsi e diventare una realtà economica capace di provvedere a se stessa, per investire in nuovi macchinari sempre molto costosi e crescere in un mercato interessantissimo e aperto a nuovi competitori. Insieme a Paolo abbiamo visitato il birrificio e provato le birre prodotte accompagnate da un pranzo in perfetto stile natalizio con la simpatica e travolgente compagnia di Patrick, Michela, Claudia, Daniel: il modo migliore per degustare birre artigianali che meritano un assaggio attento ma in un clima sereno e gioviale.

Che dire? Tutto perfetto, a partire dalle ottime birre veramente di qualità, e nulla è lasciato al caso se attratti dall’iniziativa partecipano come formatori alcuni tra i più grandi birrai italiani, i quali hanno contribuito a creare le birre commercializzate con nomi chiaramente ironici Er fine pena, A piede libero e Fa er Bravo. L’impianto è situato nei locali dell’ITA Sereni di Roma, i cui studenti partecipano con i detenuti alle attività formative, il rapporto con i detenuti consente agli studenti di relazionarsi alla realtà delle carceri senza inutili pregiudizi affrontando un laboratorio di inclusione dove gli stessi detenuti raccontano in modo critico il proprio vissuto, costruendo in tal modo un esempio di giustizia riparativa in un percorso pedagogico unico in Italia.

Sembra tutto perfetto, ma purtroppo nel nostro Paese non basta avere volontà e passione per far funzionare le cose. Dalla pressione fiscale esagerata al costo dei macchinari esorbitante si rischia di far fallire in partenza ogni meritevole iniziativa, e questo è nel conto di ogni imprenditore che provi a darsi da fare in Italia, se però si aggiungono alle note difficoltà il pregiudizio e i danni prodotti dalla cronaca recente, allora tutto diventa più difficile. L’onda lunga dei danni che potrebbe provocare l’inchiesta Mafia Capitale con il coinvolgimento di una nota cooperativa per il recupero degli ex detenuti rischia di travolgere tutte le iniziative simili che nulla c’entrano con i fattacci di cronaca. Il contraccolpo ancora non si è fatto sentire: questione di tempo? Noi speriamo di no, siamo convinti che alla fine la bontà, culinaria e non solo, trionfi sempre su tutto, che ci sia un’opportunità nuova per tutti e che questa bella realtà vada avanti da sola, magari realizzando il miracolo di zero recidive su cento detenuti che avranno fatto parte del progetto.

C’è bisogno di tutto come in qualsiasi startup che si rispetti, ma in questo caso ogni aiuto in più non è solo profitto per l’impresa, ma speranza per il nostro Paese: ne abbiamo tutti veramente bisogno. La pagina Facebook del progetto

Diego Sabatinelli

Dal ’95 letteralmente “batto le strade” di Roma per promuovere le iniziative nonviolente radicali, a partire dalla raccolta firme su 20 referendum che si svolge proprio quell’anno…

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