Tav: inquinamento ad alta velocità. Passeggiata in zona rossa.

La talpa scava la galleria geognostica del TAV. I detriti vengono accumulati all’esterno. L’inquinamento della Val di Susa prosegue oltre il filo spinato.

Il 12 novembre del 2013 è arrivata la Talpa in Val di Susa, una fresa scavatrice lunga circa 240 metri e con un diametro di sei metri che ha iniziato a perforare il massiccio montuoso d’Ambin, al confine tra Italia e Francia. Il cantiere e il foro che scava la fresa non sono quelli del futuro TAV. Si tratta di lavori preliminari relativi allo scavo di una galleria geognostica, un cunicolo esplorativo. Intanto per il solo avviamento di questo cantiere e per facilitare i lavori, si è dovuto costruire anche un ulteriore ponte che funge da svincolo stradale. Il luogo del futuro cantiere TAV rimane tutto da organizzare. Si devono ancora espropriare diverse abitazioni e terreni. La lotta si preannuncia ancora lunga e forse anche più dura non solo per gli abitanti e i No Tav di tutta la penisola, ma anche per lo Stato italiano.

La forte repressione, mediatica, amministrativa e negli ultimi tempi dai clamorosi risvolti penali, è al centro delle preoccupazioni e dei pensieri dei resistenti e di chi appoggia la lotta all’alta velocità. Nel giro di pochi mesi si sono raccolti 200.000 euro necessari a pagare delle salatissime sanzioni amministrative e i quattro ragazzi incarcerati con la gravissima accusa di terrorismo continuano ad essere sostenuti da diverse iniziative e da presidi di solidarietà. Per non parlare del maxiprocesso ai No Tav quando sono ormai sempre più sotto gli occhi di tutti le gravi responsabilità dei politici e delle ditte implicate nel progetto TAV.

Il Presidio No Tav di Venaus è in piedi dal 2005, nato perché è da lì che dovevano iniziare i lavori del traforo, poi invece spostati a Chiomonte proprio a causa delle forti resistenze locali, della forte opposizione e in conseguenza delle battaglie con gli abitanti che nel corso di questi anni si vedono praticamente costretti ad abbandonare piano piano le loro case, le loro montagne. Da qui partiamo. Le strade sono piccole mulattiere, si passa tra valichi stretti e case basse. Saliamo su per la via che porta ai sentieri della montagna. Il paese finisce e dopo un po’ anche la strada asfaltata. Prima di un piccolo ponte ci fermiamo a osservare quello che doveva essere un panorama mozzafiato e adesso è un enorme cantiere sopra cui passa un nuovo svincolo autostradale. Proseguiamo per una strada sterrata, che si inerpica tra curve, discese e salite, a strapiombo sul fianco della montagna. Gli alberi ci circondano e dal burrone si intravede di tanto in tanto il fondo, un crepaccio dentro cui scorre un fiume. A un certo punto dobbiamo parcheggiare, perché inizia la zona rossa (tra l’altro non segnalata). Arriviamo a piedi fino a un luogo molto importante per la Resistenza No Tav: la baita della Libera Repubblica della Maddalena adesso occupata dai militari.

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Il cantiere si apre davanti ai nostri occhi, trincerato da doppia recinzione e doppio filospinato. Per il mantenimento complessivo di questo cantiere e della sua sicurezza si spendono 100.000 euro al giorno. Sono presenti, oltre a poche centinaia di operai, poliziotti, carabinieri, finanza, alpini, cacciatori sardi pagati come se fossero in missione. Subito balza davanti agli occhi la montagnetta di detriti alla luce del sole, che la fresa va accumulando. Nonostante le forti preoccupazioni ambientali i detriti, scavati dalla talpa, prima caricati sui vagoni all’interno della galleria, vengono poi serenamente scaricati a cielo aperto, non trattati, né coperti, né controllati in alcun modo. Formano una montagnola grigiastra che viene portata via di notte da altri camion superscortati che ri-scaricano tutto, non si sa ancora dove. Nessuno dentro il cantiere ha protezioni visibili, gli operai non indossano nemmeno il caschetto. Due militari italiani di postazione alla baita, appena sopra la montagna di detriti, non sembrano avere in dotazione né mascherine né altro. Eppure da sempre si denuncia la presenza di uranio all’interno del massiccio dell’Ambin e i detriti accumulati in questo modo non rassicurano affatto, infatti le particelle di amianto possono diffondersi trasportate dal vento e venire respirate anche a chilometri di distanza. Anche i medici di base della Val Susa hanno manifestato le preoccupazioni per i pericoli dovuti alla presenza di amianto e uranio: “l’uranio estratto nelle nostre zone è notevolmente più radioattivo di quello impoverito usato ai fini bellici”. E l’inquinamento non riguarda certo solo i detriti della talpa, riguarda anche tutti i metodi repressivi utilizzati, compresi i migliaia di lacrimogeni utilizzati nei confronti dei manifestanti.

Venaus 25 marzo 2014 – foto al cantiere di Giuseppe Firrincieli

Cristina Di Pietro

Classe 1986. Laurea Magistrale in Lettere conseguita con il massimo della dignità. Citazione preferita: "se comprendere è impossibile conoscere è necessario" (P. Levi).

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