Hannah Arendt, quando l’orrore diventa banale

Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso

Hannah Arendt hannah arendt

Oggi, 4 Dicembre 2013, ricorre il 38° anniversario della morte di una donna che non ha vissuto in prima persona l’orrore della Shoah, ma ha potuto raccontarlo attraverso le parole di uno dei peggiori carnefici, Adolf Eichmann.

Hannah Arendt, pur contro la sua volontà, viene considerata la più grande filosofa del totalitarismo: ebrea di origini, nata a Linden (Germania), cresciuta prima a Konigsberg e poi a Berlino, fu allieva del grande Martin Heidegger all’Università di Marburgo. Con questo ebbe una relazione amorosa che cessò quando la Arendt scoprì l’interesse filo-nazista del suo amante. Hannah Arendt si laureò ad Heidelberg presentando una tesi sulla concezione dell’amore in Sant’Agostino. La sua tesi fu pubblicata, ma le fu vietato di esercitare la professione nelle università tedesche per la promulgazione delle leggi razziali contro gli ebrei. Sfuggì alla morsa del nazismo prima trasferendosi in Francia, dove si prodigò ad aiutare esuli ebrei in fuga dalla Germania, ormai terra di discriminazione. Dopo l’invasione tedesca della Francia durante la Seconda Guerra Mondiale, riuscì a fuggire negli Stati Uniti con suo marito grazie all’aiuto del giornalista americano Varian Fry.

Hannah Arendt fu spettatrice lontana degli abomini nazisti. Scrisse per il settimanale New Yorker un reportage sul processo che vide protagonista Adolf Eichmann: per mano sua milioni di ebrei – e non solo –  morirono. Eichmann fu uno dei maggiori responsabili operativi della carneficina nazista e per questo fu condannato a morte con l’accusa di aver commesso crimini contro l’umanità.

Ciò che Hannah Arendt constatò fu molto semplice: di fronte a sé non aveva un uomo dal cuore di pietra; non c’era un essere umano senza pietà e senza coscienza; Eichmann non si sentiva un criminale, non aveva alcun senso di colpa né la crudeltà abitava la sua mente. Il modo in cui il suddetto descriveva le sue mansioni, con dovizia di dettagli, sembrava non molto distante dal modo in cui avrebbe parlato un operaio circa una catena di montaggio. Lo sterminio, in fondo, era una catena: di smantellamento, di distruzione, ma rievocava la stessa meccanicità nello svolgimento. Qualcosa di così abitudinario da essere considerato non più un crimine, ma un lavoro comune. Un impiego macchiato dal sangue di tantissime persone, la cui morte non sembrava neanche più così eclatante. La Arendt aveva di fronte a sé un uomo che non aveva ben chiaro di quali crimini si era macchiato, a tal punto da aver banalizzato una lunga serie di omicidi. Un operaio come tanti, insomma.

Oggi, 4 Dicembre, sono qui che parlo di Hannah Arendt per ricordarla come grande filosofa che ha molto discusso circa le origini di un’avversità così grande nei confronti di altri esseri umani.

Non solo. Sono qui che parlo di un uomo che ha banalizzato il male. Questo è un rischio a cui tutti siamo esposti. Troppe pessime notizie, troppe morti, troppo dolore che potrebbero risultare, prima  poi, simili a qualsiasi altra notizia. Ciò che mi auguro è che, di fronte al male e ai crimini, non si resti indifferenti, ma che al contrario questi siano sempre motivo di riflessione per evitare che certi eccessi si ripetano nuovamente. In un mondo che tende a massificare, è importante anche preservare i sentimenti senza confonderli al punto da risultare neutri.

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Sheyla Bobba

Classe 1978. Qualche titolo pubblicato qua e là parlando di questo e di quello. Inizio a lavorare con le parole quando ho 15 anni, in una redazione di un quotidiano locale: battevo i necrologi. Poi me li fecero scrivere. Ho scritto per la carta e poi mi sono innamorata del web writing. Ho costruito il mio primo (orribile) sito nel 2002, un .tk Nel 2012, dopo svariata acqua sotto i ponti e tante esperienze diverse ho fondato SenzaBarcode.it organo dell'omonima associazione. Gli obbiettivi principali sono: il diritto di tutti a fare informazione (ne consegue il dovere di tutti di informarsi) e il diritto alla conoscenza. Insomma, cosette. Nel 2019 (dopo 4 anni che ci rimuginavo, studiavo e prendevo coraggio) apro la webradio di SenzaBarcode: grazie a una meravigliosa squadra che credo mi trovi simpatica perchè proprio non mi molla. Il 2020 è l'anno della webradio, mi assorbe completamente (e io mi faccio assorbire per superare un anno a dir poco devastante). Tantissimi podcast, X numero di dirette e interviste, insomma l'esplosione. A gennaio 2021 grandi manovre per l'hosting: la webradio si sposta da una piattaforma esterna all'interno: i numeri salgono e salgono. A febbraio 2021 compilo questa biografia. Antipatica per vocazione. Innamorata di mio marito. Uno dei complimenti che preferisco è "sei tutta tuo padre". www.senzabarcode.it - www.associazione.senzabarcode.it - www.webradio.senzabarcode.it

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