Spring Awakening: intervista a David Marzi

Il viaggio di SenzaBarcode verso Spring Awakening passa, stavolta, attraverso la voce di David Marzi, che nel musical interpreta Otto.

Un successo inarrestabile quello di Spring Awakening: il musical tratto dal testo teatrale di Frank Wedekind continua a raccogliere consensi positivi e tanto entusiasmo da parte del pubblico, come testimoniato dall’attore che abbiamo intervistato in quest’occasione. David Marzi, infatti, ci ha rilevato un’incredibile retroscena atto a sottolineare l’entusiasmo del pubblico nei confronti dell’opera, oltre che ha parlarci della sua carriera professionale e delle sue opinioni personali sullo spettacolo e sul movimento teatrale italiano.

Qui la presentazione ufficiale di Spring Awakening.

Ciao David, introduciti al pubblico: parlaci un po’ delle tue esperienze professionali e delle tue passioni.
Ciao a tutti voi e tutti i lettori di SenzaBarcode! Non so ancora quanto io possa definirmi un professionista a tutti gli effetti, o possa cucirmi addosso quella “parolaccia“ che risponde al nome di artista. Di certo, fino a questo punto della mia breve carriera c’è una parola che mi viene in mente. Fortunato. Ho già realizzato molti dei miei sogni nel cassetto e anche se il mondo teatrale in Italia è difficile ho raccolto per strada qualche soddisfazione, soprattutto a livello emotivo e umano. Da adolescente volevo con tutto il cuore entrare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, fare musical, teatro per ragazzi, spettacoli di narrazione, conoscere da vicino personaggi e registi importanti e più in generale vivere di ciò che mi piace. Tutto ciò è successo, se non è fortuna questa!

Cosa ti ha spinto ad intraprendere la carriera teatrale? Quali sono stati i tuoi modelli professionali da emulare e da cui prendere ispirazione?
Se dovessi analizzare e saper riportare i motivi per cui adesso faccio questa vita non saprei rispondere. Da quando ho 14 anni mi sono buttato nel marasma teatrale e l’ho fatto abbastanza incoscientemente. Credo che sto continuando proprio perché ancora in cerca dei motivi che mi spingono a farlo. Forse, chissà, una volta trovati smetterò! Per ora mi stimola migliorarmi artisticamente e umanamente, adoro circondarmi di persone e performer migliori di me. Non credo negli artisti maledetti o depressi, credo che chi fa questo mestiere debba essere una persona normalissima. Imparo dalle persone. Forse è questa la vera spinta vitale. Il mio modello di riferimento è la vita di tutti i giorni. Gli sconosciuti. Le difficoltà atroci. Quando sento un racconto di vita e mi commuovo penso che quello possa essere davvero un esempio da cui imparare. A livello professionale tanti. Massimiliano Bruno, Roberto Herlitzka, Toni Servillo, Vittorio de Sica, Robert de Niro, Denzel Washington, Michael Fassbender, Charlie Chaplin, Peter Brook e Bob Wilson. Ma anche personaggi come Muhammed Ali, Smith, Carlos e Jesse Owens. Non voglio emulare nessuno, non sarebbe corretto perdere la mia centralità.

Adesso parliamo del personaggio che rappresenterai sul palco, Otto. Un personaggio misterioso, che preferisce “stare ai margini”, in una società che invece sembra imporre l’autoesaltazione e la visibilità a tutti i costi. Il messaggio, quindi, sembra questo: oggigiorno isolarsi rappresenta la vera controversia, non esporsi in pompa magna. Il vero David, in ciò, si sente vicino a Otto, o ne prende le distanze?
Leggendo il testo del nostro spettacolo, Otto sembra un personaggio scritto quasi per “non esserci”. Mi sono interrogato molto su quale taglio dare al mio personaggio, non avendo nessuna battuta che ne rivelasse emozioni o intenzioni, a differenza degli altri compagni di classe. Ho capito che doveva esserci in lui un rabbia che lo portava semplicemente a non prendere parte alle logiche che volevano l’omologazione come principio imperante. Poi ho notato che nelle canzoni Otto è molto presente, che voleva dire una voglia di urlare sfondando la quarta parete forse superiore agli altri. E’ stata la conferma delle mie suggestioni. Il silenzio di Otto diventa quindi deflagrante. Credo che oggi giorno isolarsi sia esattamente la stessa cosa dell’esposizione in pompa magna. Come gli artisti o gli atleti che si ritirano all’apice della carriera. Guardate Mina per esempio. Non credo sia stata una mossa di marketing la sua, assolutamente. Ma la risonanza che ancora ha sui media il nome di questa grandissima cantante è assolutamente immutato. Non credo sia una controversia, ma penso sia assolutamente a servizio del sistema immagine. Sparire per esserci. Ossimoro forse, ma conseguenza provata. Io credo che come al solito la virtù sia nel mezzo. Bisogna sapersi districare nel mare di relazioni che la vita ti mette davanti col sorriso. Sapendo scegliere le persone fidate di cui circondarsi e conservare per sé la propria intimità.

Così come gli altri personaggi, anche Otto sembra vivere sotto l’ombra delle sue ossessioni, nella fattispecie, quelle riguardanti sua madre. Cosa spinge, secondo te, l’essere umano a farsi trascinare dalle proprie ossessioni? Esistono soluzioni per scacciarle via?
Il torbido spaventa perché attrae. Per quel che mi riguarda quando sei ossessionato da una cosa, hai dentro te una componente narcisista ed egoista enorme. Pensi a quanto potresti essere completo, più forte, invincibile o semplicemente diverso una volta raggiunto il tuo obiettivo. Vuoi vedere fino a che punto puoi essere modificato da quel desiderio. Il limite viene spinto sempre più in là, perché credi che il tuo equilibrio possa sopportarlo. La voglia smodata di un qualcosa è fondamentalmente voglia di essere cambiati. E vedere come si è diventati appena oltrepassata quella soglia. Dietro vi è nascosta una profonda vulnerabilità. Sei disposto a tutto pur di provare qualcosa. Come il caso di Wendla che chiede a Melchior di essere picchiata. Spesso il dolore nasconde un forte egocentrismo.

Spring Awakening risulta sicuramente un’opera teatrale “alternativa”, ricca di argomenti tabù e di difficile assimilazione per un pubblico poco abituato: pensi che questa rappresentazione possa in qualche modo spingere il pubblico a cui l’assisterà a trattare tali argomenti in maniera più disinvolta?
Io sono un po’ una voce fuori dal coro sotto questo aspetto. E mi piace questa domanda perché include Spring Awakening nel mondo teatrale. Qui in Italia, più che in altri paesi consideriamo il musical un genere a parte, credo sia sbagliatissimo. Il musical è un genere teatrale. Il musical è teatro. In altri paesi gli attori si cimentano con prontezza in più generi. Mi viene in mente Daniel Radcliff piuttosto che Matthew Broderick, persino Daniel Day Lewis. Qui per imboccare il grande pubblico si rende il mondo musical patinato e televisivo. E si sa quanto la recitazione nelle fiction Mediaset o Rai abbiano abbassato il livello generale della recitazione. Risultato? Disabitudine del pubblico alla qualità. Grave. Quindi in quanto opera teatrale Spring Awakening non porta novità. Tutto è stato visto, tutto è stato fatto. Mark Ravenhill, Sarah Kane, Ricci&Forte, la Val d’Oca, Emma Dante e Romeo Castellucci hanno affrontato il pubblico sfidandolo in modo molto più estremo del nostro. In quanto musical invece, e soprattutto italiano, uno spettacolo forte e controverso come Spring Awakening posso assicurare che non si è mai visto. Niente trucchi o ridondanti coreografie, niente scene intercambiabili a comando o scenografie proiettate. Solo attori e viscere. Il mio sogno però è di non fare più una distinzione di categoria artistica.

Quali emozioni ha scaturito in te l’esperienza che stai vivendo grazie a Spring Awakening? Cosa ti ha dato sotto il punto di vista professionale?
Un’emozione continua. Dal primo giorno di workshop. E sarà così fino a fine tour. Ci sono pezzi come “Touch me”, “Left Behind”, “The song of purple summer” che ti aprono in due e ti lasciano aperto fino a quando non vai a dormire. La mia crescita è stata professionale e umana. Mi hanno fatto sentire importante fin da subito. I colleghi sono fantastici e con alcuni è nato un rapporto di vera amicizia. E’ raro in questo mondo. Sono cresciuto come uomo di palco. L’andare in scena ti rende forte. Elementi come l’uso del microfono, i ritmi di lavoro altissimi, l’approccio al canto corale e singolo, l’orchestra dal vivo, i grandi palchi e anche il rapporto con interviste come questa, mi danno l’unità di misura sostanziale quanto inaspettata di una crescita quasi insperata. Quando, dopo la replica di Livorno, sono entrati alcuni spettatori e ci hanno chiesto l’autografo mi è preso un colpo. Mi sembrava assurdo! Io devo soltanto ringraziare tutti singolarmente per esserci venuti a vedere. Vorrei il numero di cellulare di tutti per dirgli grazie. Senza il pubblico non esisteremmo. Ma non abbiamo fatto ancora nulla. Abbiamo una tournée con cui confrontarci e non sarà semplice lasciare con uno spettacolo di non facile fruizione come il nostro. A tutti dico di venire a vederci. A fine spettacolo uscirà dal teatro, e, sicuramente anche in minima parte sentirà di essere un po’ cambiato.

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Giuseppe Senese

Sono un laureando in Scienze e Tecnologie Informatiche, che nutre anche numerose passioni come la musica, il cinema e il calcio. Adoro il Rock Progressivo degli anni 70' (soprattutto quello britannico e quello italiano) e sono un tifoso sfegatato del Napoli.

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