La Siria conoscerà mai la pace? Mille parole per riflettere

Era il Marzo 2011, e in Siria iniziavano le prime manifestazioni. La gente è stanca, soffre, si vede privata dei diritti considerati inalienabili, e decide di reagire. Forse colpiti dai risultati degli eventi riuniti sotto la definizione “Primavera Araba” che avevano stravolto gran parte del mondo arabo nei mesi precedenti, e portato ad un cambio di governo in Paesi come l’Egitto e la Tunisia, i Siriani hanno iniziato a manifestare, andando contro la legge in vigore dal 1963, che dichiarava lo stato d’emergenza e impediva le manifestazioni di piazza, chiedendo al presidente Bashar al-Assad di attuare le riforme necessarie a dare un’impronta democratica allo stato. Proprio in nome di quella legge, il regime inizia a sopprimere queste manifestazioni, ricorrendo alla violenza, e provocando un numero non ancora definito di vittime tra manifestanti e forze di polizia.

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Molte città sono assediate e viene ordinato ai militari di aprire il fuoco sui civili. Così, civili e disertori dell’esercito iniziano a formare unità di combattimento e danno vita all’esercito siriano libero, combattendo in modo sempre più organizzato. Solo dopo un mese di sanguinosi scontri, Assad dichiara che lo stato d’emergenza verrà abrogato. Nell’aprile del 2011 il presidente firma tre decreti legislativi: per l’abrogazione della legge del 1963, per lo scioglimento del tribunale speciale, e per la concessione del diritto alla manifestazione pacifica. Tuttavia, questi tre progetti legislativi contengono però altre misure non bene definite per “proteggere la sicurezza del cittadino e la stabilità della nazione”, e la repressione violenta continua, e gli arresti aumentano.

Le organizzazioni internazionali, gli Stati Uniti e la Lega Araba attaccano duramente questi scontri, che vedono pratiche disumane da entrambe le parti, e perpetue violazioni dei diritti umani, mentre due grandi forze come Cina e Russia mettono il veto a risoluzioni ONU che avrebbero sanzionato le azioni di Assad. A seguito di questo veto, nasce il Gruppo degli Amici della Siria, che periodicamente si riunisce, al di fuori del Consiglio di Sicurezza, per discutere della situazione siriana. Per provare a risolvere il conflitto pacificamente, la Lega Araba invia nel dicembre 2011 una missione di osservatori. Un ulteriore tentativo consiste nella nomina di Kofi Annan come inviato speciale dell’Onu.

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, avverte più volte che il conflitto siriano può sfociare in una vera e propria guerra civile. Cosa che avviene di fatto nel 2012. I due schieramenti sono sostenuti da forze esterne: Qatar, Arabia Saudita, Giordania e Turchia offrono il loro appoggio alle forze ribelli, e riforniscono le truppe con materiale e attrezzature logistiche; il governo di Damasco, invece, riceve da Russia e Iran rifornimenti in strumenti e armi.

Nel luglio 2012, il Comitato Internazionale della Croce Rossa definisce la crisi siriana un “conflitto armato non internazionale”, applicando così una legge umanitaria internazionale, riferendosi alle Convenzioni di Ginevra. Il suolo siriano non trova pace. Il conflitto esce anche dai confini, e coinvolge gli Stati circostanti, come Libano, Israele, e Giordania, e provoca anche attriti con la Turchia.

Il mondo assiste a continui bombardamenti, ad un’escalation di violenza, e ogni giorno ci giungono notizie di nuovi attentati, vite spezzate, città distrutte. La capitale siriana è per due volte bersaglio dei bombardamenti israeliani, e non vengono risparmiati i centri culturali, come le scuole che, oltre a distruggere le vite di bambini innocenti, indicano la volontà di colpire questo Paese nell’intimo della sua identità.

C’è però un’altra città che è il cuore strategico del conflitto: Homs. Come la capitale, Homs è al centro della cronaca di guerra.

Insomma, più il tempo passa, più il conflitto siriano diventa un intreccio di eventi che non solo si complica al suo interno, ma si allarga coinvolgendo sempre più attori. Non è un caso, infatti, che sempre più potenze mondiali ora rivolgano la loro attenzione a questa parte di mondo. Una grande potenza, quella rappresentata dagli USA, sembra non sapere quale sia la mossa giusta da fare, e la ponderazione tra azioni e conseguenze non è affatto semplice. C’è un aspetto del conflitto che va oltre la questione politica, l’assetto geopolitico che potrebbe cambiare in qualsiasi momento, e oltre ogni mera questione economica: la questione sociale. I civili, infatti, sono i veri protagonisti di questa tragedia. Ci arrivano in continuazione notizie sconcertanti e drammatiche, si contano decine, centinaia di morti ogni giorno. Qualche settimana fa la Siria si è trovata isolata dal mondo a seguito di un blackout del web, seguito all’ennesimo bombardamento, che ha impedito per un certo periodo di tempo (che è sembrato infinito proprio a causa della situazione tesa in cui versa quella terra) accesso a qualsiasi mezzo d’informazione, e in molti sono rimasti col fiato sospeso, temendo il peggio.

La situazione è disperata, se ci si sofferma sull’aspetto umanitario. Stando a quando riportano le Nazioni Unite, sarebbero 8 milioni (38% della popolazione) i Siriani che necessitano di assistenza, se si sommano quelli sul territorio e coloro che invece sono attualmente rifugiati nei Paesi circostanti. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) è preoccupato anche perché con l’arrivo dei mesi estivi la situazione si aggraverà ulteriormente.

Non si può, e non si deve, rimanere indifferenti di fronte ai numeri resi noti dall’Unicef e da Save The Children, riguardo al numero di bambini che sono rimasti uccisi (almeno 500) , feriti, o hanno subito abusi in questi anni di folle guerra. Questi bambini innocenti si trovano catapultati in una realtà piena di terrore, orrore e odio che nessuno dovrebbe mai conoscere, e che blocca la loro crescita, fisica, personale, sociale, intellettuale, e che li priva prepotentemente della loro infanzia.

Chi si reca in questi territori in qualità di reporter per testimoniare la drammaticità del momento, racconta della desolazione, territoriale, fisica e sociale, e dipinge una Siria in ginocchio, in cui anche gli aiuti delle organizzazioni internazionali faticano ad arrivare a destinazione, e in cui le persone sono private dei bene di prima necessità e vivono in condizioni altamente degradanti.

La Siria conoscerà mai la pace?

Il mondo deve conoscere questa realtà, non chiudere gli occhi di fronte a tali orrori. Il mondo deve indignarsi, e unire le forze per difendere chi è come noi, ma si trova a dover sopravvivere a questa tragedia.

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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