La Mimosa Insanguinata Una cyberloop story tra futuro e passato -II parte-

bloodgirlOggi è l’8 marzo del 2018.

Mi chiamo Stefano, ho 28 anni e sono un ricercatore informatico, precario.

Mi sono appena alzato da terra per una specie di flashback, ero appena uscito dal laboratorio di ricerca per fumarmi una chip elektro, una variante della vecchia sigaretta elettronica, che però non contiene nicotina e non ha alcuna controindicazione.

E’ freddino oggi, sono le 17.05 e c’è poca gente qui al Laboratorio. Sono andati via quasi tutti. Sta piovigginando. Il cielo è grigio.

Mi sono laureato in chimica e riesco a malapena a mantenermi. Ma ho una speranza: poter in qualche modo contribuire a cambiare il mondo. In meglio. Giù in laboratorio abbiamo fatto passi importanti nella ricerca, in particolare su un sistema assemblato e realizzato con un altro collega chimico, Paolo. Lui è bravo, pensate che anche suo bisnonno era un chimico durante la prima guerra. Ogni tanto lui me ne parla del bisnonno. E di una triste storia. Ci penso spesso. Non so perché.

Sua madre un giorno mi ha regalato un piccolo ramoscello di mimosa, essiccato,con alcune macchie rosse, dicendomi: “una mimosa per la vita, la vita per una mimosa“. Non ho mai capito il vero significato di quella frase, ma l’ho presa e la porto sempre con me, come un portafortuna.

Ma ritorno al microchip; questo sistema che stiamo perfezionando si basa su un microchip, frutto di un lavoro mio e di Paolo; sistema che vorremmo brevettare. In questo microchip è contenuto -incredibile ma vero- il Dna della pianta di mimosa, ed insieme a questo c’è un complesso sistema di rilevatori EEG che misurano l’attività neuronale accoppiati ad un sistema termico di controllo della temperatura superficiale e cerebrale.

Dobbiamo fare ancora molti altri test su autorizzazione del Ministero di Giustizia , presso le locali carceri. Ma ci vorrà un sacco di tempo. Chissà se mai un giorno funzionerà.

Questo sistema in teoria individua i soggetti violenti, sulla fronte dei quali appare per un attimo una specie di cicatrice rossa. Li può bloccare in caso di crisi di violenza e anche curare con un adeguato trattamento di infusione di onde EGC e termica extracerebrale.

Se funzionasse veramente, sarei doppiamente felice, poichè almeno, in qualche modo forse un giorno si potrà riuscire ad emarginare e curare la violenza latente prima che possa manifestarsi con esiti devastanti, se non funesti.

Mi alzo, sto rientrando al laboratorio. Mi gira la testa, tento di sedermi ma cado a terra.

Mi ritrovo all’improvviso in una fredda serata invernale, sento una sirena, tipo quelle della guerra. Ma dove diavolo mi trovo? Che mi sta succedendo?

Sto sognando? Forse in quella sigaretta c’era qualcos’altro? Mi ritrovo in un negozio di drogheria, il principale mi si avvicina e dice, vai al rifugio che è meglio.

Sul bancone della drogheria c’è il giornale fresco di stampa,leggo 8 Marzo 1918. Ho letto bene? 8 Marzo 1918?

Guardo il proprietario e dico terrorizzato: “ma dove diavolo siamo?” E lui: “Siamo in guerra figliolo, purtroppo. Corri al rifugio ti ho detto! Vai!!”

Guardo l’orologio. Parto.Sono le 17 e 10.

Come uno zombie, prendo la bicicletta e corro verso il rifugio. Passo davanti al vialetto. Che strano, questo vialetto mi sembra familiare.

Vedo una ragazza affacciata alla finestra, rallento con la bici, la guardo e lei mi fissa. saranno non più di 20 metri. Sta al secondo piano di quella palazzina.

Mi fermo. Non saprei dire ma, ma è come se quel volto mi fosse in qualche modo familiare.

La fisso da lontano: ha uno sguardo triste. Mollo la bicicletta. Ma che sto facendo?

Vado verso di lei, vorrei dirle qualcosa quando all’improvviso si sente una voce maschile che urla: ” Torna qui che non ho finito, ora vedrai cosa ti faccio”. Lei si gira indietro e mentre lo fa, vedo cadere da quella finestra un ramoscello di una pianta. Sembra una mimosa. Capisco la situazione; ho due alternative: tirare dritto o intervenire. Scelgo la seconda.

Allora corro per le scale e vado verso quella che sembra la porta di quella casa e sento Lei che urla:

“Non ne posso più di te, ora me ne vado e non mi vedrai mai più… hai capitoooo?”

Sto di fronte a quella porta, sto bussando fortissimo quando lei la apre esattamente in quell’istante. Ha gli occhi verdi ed i capelli neri, corvini, lucidi come la seta. Ed uno sguardo terrorizzato.

La I parte

Lunedì la III e ultima parte.

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