Sarà Per Sempre – Parte Terza

Sarà Per Sempre – Parte Prima https://www.senzabarcode.it/2013/06/09/sara-per-sempre-parte-prima/

Sarà Per Sempre – Parte Seconda https://www.senzabarcode.it/2013/06/16/racconto-breve-sara-per-sempre-parte-seconda/

Pioveva. Era una di quelle volte che la pioggia diventa la musica che accompagna tutta la giornata e con una giornata cosi l’azienda mi aveva consigliato di non andare in ufficio ma di portare il lavoro a casa scrivendo direttamente sul blog dell’azienda. Un lavoro ingrato, ma qualcuno doveva pur farlo e infondo non mi dispiaceva: scrivere ciò che stava succedendo, le proposte, le attività era come fare il riassunto delle proprie giornate lavorative. In una mano una tazza di caffè, sulle gambe il mio Romeo, un micione tutto fusa e nella testa mille pensieri. Sono i pensieri che fregano la gente, la obbligano a rallentare, a correre, a volare. Quel giorno mi obbligavano a guardare fuori dalla finestra, a sospirare. Mi tenevano ancorata al suolo, con ai piedi un paio di pantofole e tra le labbra il sapore di caffè. Poteva diventare una giornata quasi perfetta, poteva esserlo. Potevo continuare così. Ma niente è come deve essere. Niente è come ti aspetti che sia, neanche in una giornata di pioggia quasi perfetta.
Erano le dieci. Me lo ricordo perché appena ho sentito il campanello mi sono detta : chi sarà così presto? Non poteva essere una vicina bisognosa di sale, non era ora di pranzo, ne un amico bisognoso di un posto letto, non era notte. Silenziosamente mi sono avvicinata alla porta, con una strana sensazione, un presentimento che aleggiava come un odore nell’aria e così, ho aperto la porta.tumblr_lhgb53lBFQ1qcpwebo1_400_large

Come se fosse niente, come se fosse normale, Lui era li. Con valigia e tutto il resto. Il cappotto, l’ombrello, la sciarpa. Lui era li. Erano passati tre anni dall’ultima volta che lo avevo visto, tre mesi e tre giorni da quando gli avevo inviato l’e-mail e quegli occhi non erano cambiati. Aveva ancora la barba incolta, qualche ruga qua e la e l’espressione da bambino colpevole non lo aveva abbandonato. Ero paralizzata. Una mano sulla porta, l’altra sullo stipite. I piedi ben saldi nelle pantofole e il respiro corto ma soprattutto il cuore paralizzato e il cervello in fumo. Non una parola riuscii a dire. Lui mi guardava come si guardano certe cose antiche, come se dovesse carpire ogni più piccola particella, ogni dettaglio, ogni sfumatura. E capii che nell’esatto istante in cui lui avrebbe aperto bocca, io avrei perso quell’equilibrio che mi ero conquistata in quegli anni. Sapevo che qualunque cosa lui doveva dirmi, avrebbe cambiato il gioco, il ruolo delle parti. Prima o poi avrebbe parlato. Ed io ero fottuta.
Non so quanto tempo passò in quel silenzio così assordante. Io mi tirai indietro e lo lasciai entrare. Non riuscivo a cacciarlo fuori, ne a parlarci quindi tanto valeva che sedersi e ascoltare cosa era venuto a dirmi. Le ruote della valigia stridevano sul pavimento, mentre i suoi passi echeggiavano per tutta casa. Il mio Romeo, il mio protettore gli andò incontro soffiando.
” Buono, buono” lo presi in braccio e lo portai in camera. Il silenzio si era spezzato.
” Siediti” gli urlai. ” Merda Romeo.” sussurrai.
Tornando in salotto lo trovai seduto sul divano, il giubbotto accanto a lui. Era bellissimo, non potevo negarlo.  Inspirai.
” Che sei venuto a fare?” le parole uscirono così, all’improvviso, come un uragano.
” Ti devo parlare.” e come un uragano il mio cervello non si fermava.
” Non potevi scrivere?” e neanche la mia stronzaggine acuta.
” Non avresti capito…” abbassò lo sguardo. Dio, era bellissimo.
” Non avrei capito? Mica sono scema! Avrei capito eccome” mi girai dall’altra parte. Non volevo guardare. Avrei potuto cedere.
” Volevo guardarti, volevo rivederti.” la sua voce tremava.
” Esiste una cosa chiamata Skyp, e la usano le persone quando voglio parlare e vedersi, senza attraversare metà globo.” non era mai stato il mio forte il sarcasmo.
” Io l’ho fatto perché volevo tornare in Italia. Ci ho messo tre mesi, ma… Eccomi!” Mi voltai. Sorrideva. Aveva le braccia aperte. Avrei voluto tuffarmici dentro e rimanere li, per tempo immemore.
” Sai cos’era più facile? Rispondere alla mail.  Non costava niente.” Avevo imparato a mentirmi perfettamente.
” Volevo vederti.” Lui invece non sembrava mentire.
” Non fare la vittima o il carino. Volevi vedermi? Sono passati tre anni, tra cui una morte, una casa e un gatto. ”
” Volevo vedere com’eri diventata.”
” Ora mi hai vista. Sono questa donna non certo grazie alla tua presenza.”
“Mi odi?”
“Cosa?
“Ti sto chiedendo se tu mi odi.”
“No.”
“No non mi odi?”
“Non ti ho mai odiato, idiota.”
“Neanche io.”
“Bene.”
“Volevo parlarti.”
“Lo stai già facendo.”
“Mi sei mancata. Ogni cazzo di giorno. Ogni volta che mi succedeva qualcosa pensavo ” Dovrò dirgliela” ma tu non c’eri, non eri lì ed era tutta colpa mia. Vorrei che le cose fossero andate diversamente, invece ho rovinato tutto. Non solo da migliori amici. Noi ci amavamo, vero? Era amore quello.  Io l’ho infettato di egoismo e superbia. Giuro, ho cercato di dimenticarti. Sai quante donne ho avuto? Migliaia. Scusa ma è così. Migliaia di ragazze, donne. Tutti amori di una notte. Erano solo carne calda dove potevo cullarmi per alcune ore,  minuti. Qualcuna durava qualche giorno, al massimo un mese. Poi erano come lo yogurt e scadevano. In ognuna di loro cercavo qualcosa di te. Sai cos’aveva la prima? Le tue mani. La seconda lo stesso colore dei tuoi capelli. E’ come se la tua presenza aleggiava nella mia vita, una maledizione o meglio una benedizione. Tu c’eri! C’eri ovunque!”
“Sta zitto!” sbraitai. Il cuore era impazzito. Non capivo più niente mentre la testa girava e la paura cresceva, azzannandomi le gambe e facendomi tremare le mani.
“Cosa?” spalancò gli occhi, perplesso.
” STA ZITTO! TU HAI ROVINATO TUTTO, TU TE NE SE ANDATO, TU HAI VOLUTO UNA VITA TUTTA TUA. MI HAI LASCIATO. IO ERO QUI. E TU MI HAI LASCIATO. NON VENIRMI A DIRE CHE IO C’ERO O NON C’ERO O SE LA RAGAZZA DELLA PORTA ACCANTO AVEVA IL MIO PROFUMO. IO COSA DOVREI DIRE? COSA DOVREI DIRE? MI HAI ABBANDONATA. AVEVO BISOGNO DI TE E NON MI HAI RISPOSTO E ORA TI PRESENTI QUI, PIENO DI SCUSE? COSA VUOI? COSA VUOI DA ME? IO AVEVO IMMAGINATO TUTTO, SAI. CASA, MATRIMONIO E PURE DEI FIGLI E TU TE NE SEI ANDATO. ORA TI PRESENTI QUA E DICI CHE CI AMAVAMO. CRISTO, CERTO CHE CI AMAVAMO. IO TI AMAVO!” Lui si alzò di scatto e mi prese il viso fra le mani. Il suo profumo era lo stesso di sempre. Si avvicinò e le parole mi morirono in gola.
” Io ti amo ancora, stupida e cretina magnifica donna. La mia donna. Sono tornato qui…” si inginocchiò ” per chiederti se vuoi avere una casa, un matrimonio e magari dei figli. Vuoi?” e nel frastuono di quell’incontro ritrovai l’equilibrio che avevo sempre cercato. Un equilibrio fatto di un noi nato nella notte dei tempi. Un Noi tutto nostro fatto ti incomprensione, amore, urli e risate e con le pantofole ancorate ai piedi e la pioggia che bagnava i vetri , lo baciai. Il sapore di un amore ha l’odore del sole. E infondo, i giochi sono fatti di regole, ma non c’è niente di meglio che infrangerle.

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

8 pensieri riguardo “Sarà Per Sempre – Parte Terza

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