Referendum Giustizia Giusta: La Separazione Delle Carriere

Il sesto quesito del referendum giustiziagiusta si propone di inserire la separazione delle carriere tra giudici e p.m.

referendum giustizia

L’annoso dibattito sull’opportunità di una separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici ordinari ha origini antiche. Già alla vigilia della strage di Capaci, Giovanni Falcone si schierava apertamente a favore della separazione: “Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para- giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo. E’ veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del p.m. con questioni istituzionali totalmente distinte”. Sono passati ormai più di vent’anni da queste dichiarazioni e il dibattito continua ad infiammare gli addetti ai lavori, senza che uno schieramento riesca a prevalere sull’altro.

Secondo i difensori della necessità di carriere separate, la netta suddivisione tra giudici requirenti e giudicanti sarebbe fisiologica al passaggio verso un sistema totalmente accusatorio, come previsto dal codice di procedura penale del 1988. Permetterebbe, inoltre, di garantire la terzietà e l’imparzialità del giudice, tramite l’eliminazione dello spirito di colleganza dovuto anche e sopratutto alla contiguità fisica che caratterizza gli uffici. Separare permetterebbe la piena attuazione del contraddittorio e tramite la creazione di un apparato tutto nuovo di autogoverno dei pubblici ministeri (un nuovo Consiglio Superiore della magistratura requirente), nascerebbe un centro d’interessi parallelo e distinto dai giudici, che migliorando la dialettica eliminerebbe la dimensione corporativa che, secondo alcuni, il potere giudiziario oggi manifesta.

Chi si oppone ad una separazione, invece, lo fa manifestando una certa paura per l’indipendenza dei p.m. che rischierebbe, se la riforma non fosse sufficientemente precisa e garantistica, di diminuire a causa dell’asservimento  della magistratura requirente ad un controllo dell’esecutivo. Il timore è quello di una perdita di imparzialità e di una diminuzione nel senso di rigore degli inquisitori, che potrebbero, senza il controllo del giudice, evitare di ricercare tutte le prove a carico, ma sopratutto a discarico, dell’indagato. Inoltre si lamenta una possibile perdita delle possibilità di crescita personale che l’alternanza di funzioni garantisce, crescita che verrebbe tramutata in una sorta di pericoloso campanilismo tra i due organi della magistratura.

Sia gli argomenti a favore, sia quelli contro la separazione delle carriere sono piuttosto validi e scegliere non è certamente semplice. Al momento l’accesso ai due organi è legato ad un concorso unificato, ma l’attività è sottoposta ad una rigida separazione delle funzioni, che garantisce l’imparzialità tramite un’intricata serie di incompatibilità e doveri d’astensione. Separare i due rami presuppone la nascita di un nuovo CSM requirente, con tutte le spese ed i problemi che la creazione di quest’organo può comportare; problematiche che necessitano, con tutta probabilità, una modifica costituzionale.

Con il sesto quesito referendario i radicali si propongono di abrogare un’intricata serie di norme di legge, così da rendere effettiva la separazione e proponendosi di garantire, in questo modo, i principi costituzionali del giusto processo elencati nell’articolo 111 della Carta.

A questo link è possibile ottenere ulteriori informazioni. L’approfondimento continua: quesiti 1 e 2, quesito 3, quesito 4, quesito 5

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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