Referendum Giustizia Giusta, intervista all’avv. Bruno Micolano

Bruno Micolano è un avvocato cassazionista di Bologna e membro del board di presidenza dell’ Union Internationale des Avocats con sede a Parigi, in cui ricopre anche la carica di Director of Human Rights and Protection of Lawyer. Ha accettato di rispondere per Senzabarcode a qualche domanda sul referendum abrogativo GiustiziaGiusta.

 referendum giustizia

Iniziamo con la responsabilità civile; il referendum vuole renderla più stringente, ma non esiste il rischio che in questo modo si paralizzi l’ordinamento giudiziario?

Questa è una domanda intelligente e mi meraviglia la grande disinformazione che c’è in materia. Secondo la mia opinione il quesito referendario, così come è stato proposto, è inutile perché superato da una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 24 novembre 2011 (C-379/10), nota come “traghetti del mediterraneo”. In questa decisione la Corte afferma che la Repubblica Italiana è venuta meno agli obblighi ad essa impostigli dal principio generale di responsabilità degli stati membri per violazione del diritto dell’unione, da parte di uno dei propri organi giurisdizionali di ultimo grado, limitando la responsabilità civile dei magistrati ai soli casi di dolo o colpa grave ai sensi dell’articolo 2 della legge 13 aprile 1988 numero 117. Quindi in realtà questa legge è già fuori dall’ordinamento giuridico, perché dichiarata contraria al trattato sull’Unione Europea e ci sarebbero altri strumenti, diversi dal referendum, per adeguare l’Italia a questa sentenza che ha efficacia vincolante. Di questa pronuncia, però, non parla nessuno. Quindi non è necessario abrogare la legge, ma bisognerebbe regolamentare questo tema, certamente grave, e per farlo ci vorrebbe un parlamento che legiferasse nella pienezza dei poteri.

Personalmente io sono contrario ad una responsabilità diretta dei magistrati e vorrei distinguere tra la responsabilità civile e quella penale. E’ importante che la responsabilità civile possa garantire un risarcimento del danno, mentre quella penale punire l’autore. Quando si parla di responsabilità civile dei magistrati, invece, si tende a confondere le due responsabilità e si pensa, attraverso la civile, di promuovere un’azione punitiva nei confronti del magistrato. Da questo punto di vista sono profondamente contrario, perché si rischia di paralizzare l’ordinamento giudiziario. Come succede con la responsabilità dei medici, che, trovandosi imputati un giorno sì e un giorno no con richieste di risarcimento esorbitanti che mettono a rischio il loro intero patrimonio personale, sono obbligati a fare una medicina difensiva. Io non vorrei mai e poi mai che un magistrato, per tutelarsi da un’azione risarcitoria, facesse una “giurisprudenza difensiva”.

Passiamo alla messa fuori ruolo dei magistrati; il referendum vuole abolirla, così da far in modo che tutti quei magistrati vertici dell’amministrazione tornino al proprio ruolo giudicante. Ma questo sveltirebbe davvero le nostre cause o avrebbe un peso specifico trascurabile?

Anche questo penso che sia un falso obiettivo; come ho detto sono profondamente contrario alla dimensione punitiva che il discorso assume. Dei magistrati fuori ruolo alcuni svolgono ruoli fondamentali, come uffici-studi all’interno dei ministeri o preparazioni di leggi. Hanno una cultura che può essere molto importante e sarebbe un peccato privarsene, sopratutto perché si tratta di una decisione che non dovrebbe essere presa dal popolo sovrano. Io sono favorevole ai referendum per materie tipiche dello strumento, come le prime due consultazioni della storia della Repubblica italiana: Monarchia-Repubblica e divorzio. Queste sono materie che tutti possono capire, ma quando si entra nello specifico di una legge o di una normativa, ritengo che non sia qualcosa che possa essere delegata a cinquanta milioni di persone.

Invece riguardo al doppio stipendio che percepiscono questi magistrati?

Beh, qui non sono particolarmente ferrato, perché non mi occupo di retribuzioni e quant’altro, ma ripeto ci vuole un buon governo che gestisca queste materie, non cinquanta milioni di italiani.

I promotori del referendum lamentano un ricorso incontrollato alla custodia cautelare, spesso in assenza di reali esigenze cautelari. Qual’è il suo punto di vista professionale riguardo all’argomento?

Dunque, ripeto un po’ ciò che ho detto prima. La custodia cautelare è uno strumento da usare con grandissima attenzione ed è uno di quei temi che deve essere affidato alla legislazione e non ad un giudizio che comporti un sì o un no, perché al referendum devono essere affidate richieste secche. L’errore di queste consultazioni, da parte mia, è quello di volersi sostituire al legislatore; funzione che il referendum, secondo me, non deve avere. Lo strumento è quindi sbagliato, ma ritengo giusto il tema; tema che va affrontato in sede politica, parlamentare e di governo, trovando una qualche soluzione che possa limitare ai casi più gravi la custodia.

Passiamo all’ergastolo, l’argomento che certamente divide di più l’opinione pubblica. Data la sua esperienza in campo internazionale, ritiene che sia possibile per un sistema penale funzionare senza ergastolo?

Io intanto credo che i referendum non dovrebbero ripetersi e una volta interpellato il corpo elettorale bisogna accontentarsi degli esiti. Il referendum c’è già stato, con una risposta di massa a favore dell’ergastolo, non cento anni fa, ma appena una ventina. Salvo casi eccezionalissimi si può riproporre un quesito dopo cento anni magari, non dopo venti. Per quanto riguarda il merito, io sono favorevole all’ergastolo, con due precisazioni. La prima è che l’ergastolo non è più una pena perpetua, perché c’è stata una serie di riforme che ha permesso agli ergastolani di ricevere diversi benefici. E’ capitato, nella mia esperienza professionale, che persone condannate all’ergastolo le ho poi viste prendere un caffè al bar di fronte al tribunale.

La mia seconda precisazione è che sono contrario alla pena di morte, ma abolirla significa introdurre una pena altrettanto importante e severa come l’ergastolo, che possa funzionare da garanzia per la società. Quindi abrogarlo è anche in contrasto con la battaglia mondiale che noi (Union Internationale des Avocats) conduciamo contro la pena di morte. Perché non si può essere contemporaneamente contro la pena di morte e contro l’ergastolo. Eliminare l’ergastolo significa quindi per noi togliere un grande argomento alla battaglia contro la pena di morte, una battaglia di civiltà.

Inoltre, ritengo che l’articolo 27 della costituzione, su cui tutti si basano per contrastare l’ergastolo, sia già rispettato dalla normativa che disciplina la grazia presidenziale. Penso che in materia di pene così importanti non si possa legiferare in astratto, quasi a dire che dopo trent’anni tutti i condannati all’ergastolo sono rieducati. Con la pena del carcere a vita sono puniti reati gravissimi come i delitti contro l’umanità o le stragi; chi può dire che gli autori siano rieducati dopo trent’anni? La grazia può contemperare meglio l’esigenza di rispettare l’articolo 27. Se risulta che l’ergastolano sia stato effettivamente già rieducato con manifestazioni positive e non soltanto per anzianità, il Presidente della Repubblica valuterà caso per caso.

Per quanto riguarda l’ergastolo ostativo, dove il “fine pena mai” non è abrogato neanche fattualmente?

Esiste appunto l’istituto della grazia, non vedo l’ergastolo legato ad un principio generale. Se dopo 20-30 anni si ritiene che il detenuto sia rieducato, con elementi concreti, si può presentare richiesta al Presidente della Repubblica. Non esistono norme ostative alla grazia. La pena deve tendere alla rieducazione e non ci sono norme costituzionali che assicurino la rieducazione stessa.

Separazione delle carriere, lei è a favore o contro?

L’argomento è delicato e torniamo sempre al peccato originale che ho enunciato prima: sono sicuramente temi interessantissimi che generano opinioni molto diverse, ma sembra sempre che siano presentati in un’ottica punitiva. La separazione viene posta in maniera sbagliata , inoltre si tratta di temi specifici destinati ad essere discussi dal legislatore o dal governo; non sono temi che possono essere lasciati al popolo sovrano. Entrando nel merito della questione io ritengo che ci sia una grande confusione. Noi stiamo scopiazzando da molti anni il sistema giuridico americano, uno dei sistemi giudiziari migliori del mondo. Ma non si possono copiare solo alcune parti del modello, è un sistema completamente diverso. Io faccio spesso l’esempio del calcio e del baseball: anche se fossi un’appassionato di entrambi gli sport non mi passerebbe mai per la testa di inserire alcune regole del baseball nel calcio. E’ invece proprio quello che stiamo facendo da un sistema, quello americano, che prevede la non obbligatorietà dell’azione penale, la discrezionalità della stessa e altri principi differenti rispetto al nostro ordinamento, che se accolti parzialmente peggiorerebbero solamente il nostro processo.

Io ho vissuto anche il vecchio processo penale e ho davvero un buon ricordo del passato sistema, con il giudice istruttore che fungeva da filtro e conosceva perfettamente la causa. Per cui creare con la separazione delle carriere un pubblico ministero che diventi una sorta di “super poliziotto”, mi crea qualche perplessità.

Lei è quindi contrario all’utilizzo del referendum per operazioni di ingegneria normativa così tecniche, ma i quesiti referendari non possono essere almeno utili a sollevare questi temi?

No, perché è compito del Parlamento sollevare questi temi. Non confondiamo i ruoli perché se vengono confusi l’organismo smette di funzionare. Ogni organo di questo grande corpo è fondamentale e se non funziona va curato; quindi concentriamoci nel cercare di avere un buon Parlamento con buone forze politiche che portino avanti temi così importanti. 

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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