Racconto Breve: L’uomo che scrutava il tempo (Seconda parte)

L'uomo che scrutava il tempo

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Quella enorme clessidra in cui era rinchiuso aveva un significato tanto semplice quanto forte: <<Vedi questa clessidra Urtel? Dovrà completare il suo corso: una volta che tutti i granelli di sabbia avranno riempito la parte bassa della clessidra, la nostra comunicazione tramite ricordi terminerà, e dovremmo aspettare un bel po’ prima di poterci rincontrare in questa dimensione>>. Shelzania era stata fin troppo chiara: i suoi poteri avevano un limite, ma solo temporale. Sì, ancora il tempo: un concetto che ossessionava Urtel in ogni dove, un gigante che aumentava le proprie dimensioni sempre più con il passare del tempo. E pensare che quel gigante, una volta, aveva le dimensioni di una formica.

La gioventù di Urtel non fu dissimile da quella di tanti altri bambini: una famiglia benestante, tanti amichetti con cui giocare, una fanciullezza trascorsa in maniera spensierata. Giocare a nascondino, poi, per lui era il massimo: il villaggio in cui abitava era pregno di distese desolate, ricche di ruderi ed ostacoli, luogo ideale per far perdere le proprie tracce e far impazzire i propri avversari di gioco. Il tempo, non aveva alcuna importanza. Quel giorno, però, non era come gli altri: lui e la sua famiglia avrebbero presto lasciato quel luogo, ed il piccolo Urtel era pronto per la sua ultima partita a nascondino con i suoi amici d’infanzia. L’esaltazione accompagnava di pari passo lo sconforto e la tristezza: lui voleva giocare ancora con loro, avrebbe dato qualsiasi cosa per tornare indietro e rivivere, ancora una volta, quelle emozioni. Gli toccava il turno della conta, il suo preferito: cercare i compagni, scrutare nei ruderi, curiosare nei dintorni… una passione innata, che l’avrebbe accompagnato per il resto dei suoi giorni. Il conteggio era quasi terminato, e nella sua mente bussava violentemente alla porta quel desiderio nascosto: <<voglio tornare indietro>>.

Un’atmosfera terribilmente rasserenante lo circondava: il rumore del silenzio era talmente assordante, la vastità del paesaggio così soffocante, la familiarità con il paesaggio stranamente vaga… qualcosa non tornava. Ciò che lo circondava non corrispondeva esattamente a ciò che conosceva: i ruderi erano quelli, la città era lì, ma non era la stessa cosa. Lo sentiva. Urtel cominciò a guardarsi intorno, urlando a squarciagola: <<adesso vengo a prendervi>>, quasi a darsi coraggio. La confusione si trasformò improvvisamente in paura: Urtel correva, correva a più non posso, ma non trovava nessuno. Sentiva che c’era qualcosa di diverso.

Poi, finalmente, scrutò all’orizzonte una sagoma umana, ma non era esattamente ciò che si aspettava: sembrava un fantasma. Era un bambino, tutto verde, quasi trasparente, un fantasma che sembrava quasi decontestualizzato da ciò che Urtel stava vivendo nel presente. Poi, d’improvviso, il fantasma verde si dissolse. Il giovane Urtel cominciò a correre a perdifiato per la città, allontanandosi dai ruderi, ma lì non c’era nessuno ad aspettarlo. Il suo urlo di disperazione squarciò quell’assordante silenzio: <<Mamma, papà, dove siete?>>. Non c’era più nessuno. Nessuno, se non lui, e il vento.

Quando Urtel racconterà questa storia alla sua “Shelly”, lei stenterà a crederci: <<Sembra una di quelle storie di paura che si raccontano ai falò, nei campeggi. Forse tu non conosci ancora a pieno le capacità dei tuoi poteri. Forse la tua voglia di tornare indietro era troppa, e hai viaggiato nel tempo>>. Urtel chioserà con infinita amarezza: <<Sarà, ma ho riprovato più volte a desiderare di ritornare lì, a casa. Non ci sono mai riuscito>>.

La clessidra contava i suoi granelli discendere, mentre Shelzania spiegava allo scrutatore del tempo cosa stava accadendo: <<Riapri gli occhi, Urtel>>. Dinanzi a lui si pararono, più reali che mai, le sagome dei suoi salvatori; apriva gli occhi e Shelzania era lì, nella sua vera bellezza, poi li richiudeva ed era di nuovo lì, con connotati completamente diversi, seppur con incredibile somiglianza. <<Il mio nome è Shelzania Delacroix, scusa se mi presento solo ora. Grazie al mio potere posso comunicare telepaticamente con le persone tramite i loro ricordi riguardanti me. Il collegamento è possibile con una sola persona per volta, ti spiego meglio: io ora sono in collegamento con te, tramite il mio sguardo a cui ti ho sottoposto durante il nostro viaggio in macchina. Se voglio collegarmi “ricordalmente” con un’altra persona, dovrò guardarla negli occhi e stabilire il collegamento, ma perderò quello creato precedentemente con te. Per ristabilirlo, dovrò di nuovo attivare il mio potere su di te con quello sguardo particolare, perdendo il collegamento stabilito in precedenza. Inoltre, abbiamo un tempo limitato per vederci ricordalmente, scandito dallo scorrere della clessidra, come ti ho anticipato in precedenza; esaurito lo scorrere dei granelli, dovremmo aspettare un po’ per rivederci in questa dimensione. Tale tempo, inoltre, è impossibile da interrompere: lo scorrere dei granelli nella clessidra non si può fermare, di conseguenza, una volta partiti, staremo in collegamento fino alla fine dello scorrere del tempo. Tutto chiaro?>>. Urtel rispose in maniera stizzita: <<Mi è chiaro, ma ciò che vorrei chiarire è… perché tutto questo a me? Già ho fin troppi problemi, adesso anche questa storia della telepatia…>>.

Shelzania era come una caramella al veleno: piccola, dal sapore dolce, ma pregna di tossine. <<Ti avevo avvertito su quella “condizione”. Io ho aiutato te, ora tu aiuti me, ti trovi? I tuoi poteri mi servono!>>.  All’improvviso, un urlo: <<CI HANNO INSEGUITO FINO A QUI! NASCONDIAMOCI!>> esclamò il ragazzo che permise la parziale fuga di Urtel e Shelzania. <<No Roy, voi scappate! Io rimango qui. Li convincerò, in un modo o in un altro>>. I due non si fecero pregare, e si nascosero. Lei, rimase lì. In attesa. Urtel chiuse gli occhi, e si ritrovò con più della metà del suo corpo ricoperto di granelli: <<Sta tranquillo, Urtel. Me la vedo io qui>>. Il tono di voce lasciava trasparire una tranquillità inaspettata, ma in quel ricordo, entrambi condividevano le loro emozioni: quella dimensione tremava, al ritmo di un battito accelerato. Perché Shelzania aveva deciso di immolarsi? E soprattutto, a cosa le servivano i poteri di Urtel?

FINE SECONDA PARTE

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Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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