Racconto breve: Le sette croci - SenzaBarcode

Racconto breve: Le sette croci

Le sette croci

La prima croce. La più semplice di tutte. Bastava una scappatella, farsi cogliere in flagrante, magari insieme ad una ragazzina spigliata e dall’aria “poco innocente”; bastava un niente ad incrinare il nostro rapporto, ormai instabile come un vaso sull’orlo del baratro, pronto a crollare al suolo e tramutarsi in mille pezzettini al primo sospiro di vento. <<Dimmelo subito che non ti piacevo, mi hai preso in giro per tutto questo tempo! Io ti ho dato tutto, e tu questo mi dai? NON FARTI PIÙ VEDERE!>> – queste furono le parole che la mia ormai ex-fidanzata mi pronunziò quando mi vide con la classica stronzetta di turno. Me le sventolò sul viso con una violenza inaudita, ma non fecero male, anzi. Erano le parole che volevo sentire.

La seconda croce. Io e il mio migliore amico ne abbiamo avuti momenti difficili, ma sapevo come ferirlo davvero nel profondo: era terribilmente permaloso, e mostrargli la verità nella maniera più dolorosa possibile lo avrebbe spinto ad odiarmi con tutte le forze rimastegli in corpo. “Non sai fare niente”, “Nessuna ragazza ti accetterebbe mai”, “La tua esistenza è completamente inutile”. Frasi che, in teoria, lo avrebbero spinto nel baratro del disprezzo. In realtà, queste erano le parole che ogni giorno ripetevo a me stesso, ed a lui poco gli si addicevano; ho dovuto indossare la maschera da subdolo per ottenere il risultato sperato. Dopo aver svelato il suo segreto più intimo (ed umiliante) alle persone che lui detestava, mi avrebbe odiato all’istante. E così fu.

La terza croce. Alcuni tipi di animali, si sa, riescono ad essere più umani degli umani stessi. Il nostro cane avrebbe dato anche la sua stessa vita per noi, ed io gli volevo bene. Troppo, forse. Dovevo portarlo il più lontano possibile, non doveva neanche rendersi conto di quanti chilometri distasse la sua vecchia casa. Lui non doveva esserci. L’evento del suo abbandono da parte mia, d’altro canto, sarebbe risultato cruciale per far si che le altre croci potessero essere segnate.

La quarta croce. Io e mio fratello litigammo anni fa e, da allora, non ci siamo più rivolti la parola seriamente. In realtà, noi ci volevamo ancora bene, ma avevamo paura di confrontarci a vicenda, paura di distruggere per sempre quel legame invisibile che, nonostante il silenzio, ci teneva ancora uniti. Ogni volta che tornava a casa l’unica parola che riuscivamo a liberare da quelle prigioni di anime e di sentimenti smorzati era un semplice “Ciao”. Noi tutti in famiglia sapevamo benissimo in quali giorni lui tornava a casa, e per distruggere per sempre quel legame invisibile con mio fratello elaborai il seguente piano: uscire d’improvviso da casa mentre lui e quel parassita della moglie erano presenti avrebbe rappresentato la classica “goccia che fa traboccare il vaso”. Tornai a casa, e così fu. <<Tuo fratello è rimasto molto contrariato dal tuo gesto. Ha detto che non vuole mai più vederti>>. Perfetto.

La quinta croce. Le altre croci sarebbero venute di conseguenza: la mia piccola sorellina era piuttosto suscettibile su certi comportamenti da parte mia, ma ci volevamo bene. Nonostante tutto. La rimproveravo su qualsiasi sua sciocchezza, ma lo facevo con fare paternale, affettivo. E lei si era affezionata a questo lato del mio carattere. E allora? Come potevo farmi odiare? Semplice: ignorandola completamente. Indifferenza, freddezza, silenziosità. <<Perché fai così, fratellone?>>. La mia risposta fu di una falsità inumana, ma di un’efficacia devastante: <<Prima ti rimproveravo perché credevo in te. Ora no. Con te è tempo perso, sei irrecuperabile>>.

La sesta e la settima croce. Una volta ricevuto l’agognato odio dalla mia sorellina, bastava scoperchiare l’ultimo “Vaso di Pandora” per poter finalmente segnare le due ultime croci. Mio padre e mia madre rimasero piuttosto sconvolti dalla mia rivelazione: <<Il nostro cane non è scappato di casa. L’ho abbandonato io. Non lo sopportavo più, doveva andarsene da qui, era solo un peso inutile>>. Era fatta ormai. Dopo la prevedibilissima lite furiosa mio padre mi diede una somma di danaro piuttosto sostanziosa, chiedendomi cortesemente di andarmene di casa. Ormai mi odiavano fino al profondo del loro cuore, o almeno credo.

La lista è completa. Solo come un cane, proprio come volevo. Ho apposto le croci alle sette persone che più mi volevano bene, e adesso mi odiano. Quando sapranno della mia morte, probabilmente soffriranno di meno. Lo spero. Tanto il loro cane è vivo e vegeto, l’ho portato al canile di una città vicina e gli ho detto di aspettare una mia telefonata per restituirlo alla sua famiglia. Non l’avrei mai ucciso o abbandonato al suo destino. Per fortuna quelli del canile non hanno fatto domande, anche se avrebbero dovute farle.

Ora posso lasciarmi andare, e non mancherò a nessuno. Spero.

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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