Racconto breve. Diversamente Uniche

Se ne stava lì, con la lacerante certezza che la sua diversità l’avrebbe sempre segnata. Diversa dalle sue sorelle, se pur sempre Gerbera, non era ne rossa, ne bianca, ne rosa. Malediceva il giorno in cui, la natura, aveva fatto con lei come i pittori fanno con le tele: l’aveva dipinta racchiudendo in lei tutta la gamma dei colori. Anche se odiava quel suo essere nulla ma al tempo stesso tutto, sentiva dentro di se l’incredibile certezza che un giorno qualcosa sarebbe cambiato. Un istinto o forse un bisogno. Lei lo sapeva.

gerbera

Le Rose, che accanto a lei sfoggiavano la bellezza circolare dei loro petali bordeaux, erano le predilette: portatrici di passione e segno di amore, si vantavano di essere le prescelte dagli uomini, che presi dalla terribile paura di sbagliare, sceglievano a colpo sicuro ciò che libri, film, e romanticismo avevano loro insegnato. Banalmente, non si soffermavano a guardare ciò che il piccolo fiorista aveva da offrire: mazzi colorati in cui i fiori facevano a gara a chi era più vivace, più brillante; piante la cui delicatezza ornava palazzi lussuosi e piccole casine di campagna; vasi di fiori in cui era racchiusa tutta la brezza leggera, il profumo della terra e il sapore del sole.

Era la bottega dei desideri e se non prestavi attenzione ti potevi perdere in mezzo a tutti quei colori, assuefatto dal profumo della natura. La chimica non era ancora arrivata a contaminare la realtà. Mentre i giorni si susseguivano, alternandosi in una danza eterna, arrivò il giorno tanto atteso dai fiori quanto dagli innamorati: San Valentino. Tutti erano pronti, il fioraio sistemava i fiori, le piante, e a lei, alla Gerbera, la guardò con lo stesso amore che un padre riserva alla propria figlia il giorno del suo matrimonio. Accarezzò i delicati petali appuntiti, sorridendo appena. Sapeva che sarebbe stata l’ultima occasione per ammirarla nella dolce luce di fine inverno, quando il sole pallido risalta i piccoli petali, abbagliando chi ha la fortuna di ammirarli. La Gerbera sapeva che il momento tanto atteso sarebbe arrivato: la sua diversità l’avrebbe ripagata per tutti gli sguardi e le carezze negati. Lei, che era fiore, che era bellezza, che era natura, stava per diventare dono, portatrice d’amore, non comune ma unica, diversità non dispregiativa ma elogiativa. Lei che era Gerbera, era più preziosa di qualsiasi Rosa, di qualsiasi bouquet.

Donne e bambini entrarono nella piccola bottega delle meraviglie come in processione, recitando una lentezza senza tempo, ammirando ogni singolo fiore, ogni bouquet, ogni più piccola pianta. Gli uomini irrompevano in quella bolla senza tempo, infrangendo la calma con la loro prepotenza, l’ansia e la fretta di chi deve donare senza pensiero. Compravano le narcisiste Rose, senza degnare di uno sguardo ai mille colori, ai mille fiori che adoravano. E alla fine, quando il sole stava calando dietro le montagne innevato, entrò lui: nello sguardo la fierezza di chi conosce ogni singola sfumatura del dolce sapore che solo l’amore riesce a dare, con la delicatezza di mani che a lungo hanno accarezzato, sollevato e abbracciato, con la forza di un animo puro e limpidamente buono. Si soffermò a guardare, uno ad uno, ogni fiore, ogni bouquet, ogni pianta. Sapeva che in ognuno di loro era racchiusa la forza, la bellezza, la tenacia della natura. Ammirava, sorrideva, sfiorava. Voleva il dono perfetto per colei a cui aveva dedicato ogni suo giorno e ogni sua notte. Quando la fierezza del suo sguardo si posò su di lei, dove era racchiusa tutta la sconfinata bellezza dei colori, un lungo e inaspettato sorriso fiorì, rallegrando il viso da ragazzino. Era lei, lo sapeva. L’accolse tra le sue braccia, come una figlia. Ringraziò il fiorista e uscì. L’invidia degli altri fiori era palpabile, ma a lei non interessava. Lei era dono, pegno d’amore, segno di devozione e fiducia.

Lei era un tassello nel legame che univa indissolubilmente quei due animi. Arrivata a casa, la donna era seduta su una poltrona di vimini. La natura le aveva negato la sconfinata gioia del correre in un prato e la semplice bellezza di mettersi in punta di piedi per schioccare baci. Seduta da tempo su quella sedia, riusciva a gioire delle piccole cose, quelle più minuscole, che rimangono quasi all’ombra, ma che risplendono di luce propria. Sapeva il valore di un abbraccio e di una giornata di pioggia, adorava ascoltare le storie altrui, dimenticandosi la propria. “Per una donna unica, un fiore unico”. La Gerbera e la donna, legata dalla nascita da quella diversità che da sempre le aveva distinte, potevano apprezzarsi l’un l’altra, ammirandosi. E come ogni storia, la gerbera riposò in eterno in una tomba bianca, fatta di fogli, parole, storie, amori e paure. Donò il suo profumo a quel candore, chiedendosi in eterno se il profumo dei libri è dovuto hai piccoli fiori nascosti tra le leggere pagine ingiallite.

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