Papa Francesco a Lampedusa: il dramma dell’indifferenza

Non mi risulta che a Lampedusa in molti si siano lamentati del fatto che Papa Francesco sia andato a trovare gli isolani a bordo di un Falcon 900 di proprietà dell’Aeronautica Militare, e quindi in sostanza dello Stato Italiano. Che qualcuno una volta tanto si sia ricordato di loro e sia sceso giù fin quasi in capo all’Africa per porger loro un pensiero affettuoso, è per forse per i contribuenti lampedusani già abbastanza degno di nota da giustificare come legittimo questo uso di soldi pubblici. Nonostante i ripetuti e accorati appelli di Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa e Linosa, l’isola si trova ormai da decenni a fronteggiare praticamente in solitudine l’emergenza endemica degli sbarchi clandestini, con tutto il carico di dolore e di problemi pratici che questo comporta. Lo Stato, le istituzioni e la politica, da quelle parti latitano assai. E se l’unico che di questi tempi si fa vedere è il Papa, ben venga, anche a bordo di un Falcon.

lampedusa

Questo Pontefice con l’accento simpatico e le scarpe da carpentiere-camminatore, pare aver preso davvero alla lettera quel signore che diceva “gli ultimi saranno i primi”. Perché lui, Papa Bergoglio, per il suo primo viaggio apostolico ha scelto proprio Lampedusa dove, non a caso, lo striscione che lo ha accolto recitava:

Benvenuto tra gli ultimi

E loro, a Lampedusa, forse ultimi ci si sentono davvero. Poetica “Porta d’Europa”, poco più di 6.000 abitanti per poco più di 20 kmq di terra, Lampedusa rimane destinata ad accogliere la maggior parte degli sbarchi di clandestini diretti in Italia e Europa e a raccogliere i cadaveri di coloro che al mare non sono sopravvissuti. Lo fa da anni, e in quasi totale solitudine perché quello degli sbarchi clandestini rimane un problema assolutamente non prioritario per il Governo di Roma sempre in altre faccende affaccendato. Così da Lampedusa, l’Europa e l’Italia, perfino la Sicilia, sembrano lontanissime, e forse non solo geograficamente.

Ultimi tra gli ultimi, ci sono poi loro, i migranti, quelli che partono dal cuore d’Africa con la speranza come unico bagaglio e finiscono stipati nei centri d’accoglienza, ma solo quando tutto va bene. Perché tra la speranza e Lampedusa c’è il mare, stupendo e terribile, e c’è soprattutto l’avidità, quella dei trafficanti di umanità che sovraccaricano i barconi e centellinano il carburante.

Pare che il Pontefice sia rimasto molto turbato dal ripetersi dei naufragi e dell’alto numero di migranti morti annegati nel tentativo di raggiungere Lampedusa, e proprio per questo abbia scelto l’isola come meta del suo primo viaggio apostolico, portandovi tutta la sua compassione e la sua vicinanza. Nei suoi discorsi non scorda nessuno in effetti Bergoglio, e con il suo solito stile diretto e pratico si rivolge a tutti tra una carezza ed una strigliata. Depone una corona di crisantemi in mezzo al mare in ricordo dei migranti morti lungo la traversata. Quelli che ce l’hanno fatta e che sono sull’isola invece li saluta uno ad uno, li abbraccia e li ascolta, cristiani o musulmani che siano. Ringrazia i Lampedusani per la “tenerezza” con cui accolgono i migranti pur tra le difficoltà che la situazione genera. Redarguisce i trafficanti inchiodandoli alle loro responsabilità e, soprattutto, striglia vigorosamente tutti noi.

La “cultura del benessere” ci rende “insensibili alle grida degli altri”, ci fa vivere “in bolle di sapone”, in una situazione “che porta all’indifferenza […] anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza.

Papa Francesco parla come sempre con tono universalistico, e non solo perché da buon cattolico semplicemente si rivolge a tutti. La portata universale risiede più che altro nell’umanità di un uomo che si rivolge ad altri uomini, utilizzando un linguaggio e dei temi assolutamente condivisi e condivisibili poiché risiedono sul terreno del vivere comune più che della religione in senso stretto. Il dramma, quello vero, infatti siamo noi, tutti noi così chiusi nel nostro piccolo egoismo da voltarci di fronte ai drammi altrui. Senza voler vedere e senza agire rimaniamo nel limbo dell’illusione d’innocenza, che però è appunto un’illusione che non ci esime dalla responsabilità ma al contrario ci rende complici. Riesumando un familiare personaggio manzoniano, il Pontefice chiarisce che

La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti ‘innominati’, responsabili senza nome e senza volto.

ma comunque responsabili. Detto a Lampedusa, terra di ultimi e dimenticati, la frase suona come una chiamata alla responsabilità soprattutto per chi di certe questioni se ne dovrebbe occupare e invece latita, e questo non può che piacere indipendentemente dal proprio orientamento religioso.

P.S. per commentatori rampanti che si lamentano ravvisando nei discorsi del Pontefice tante parole e poche iniziative concrete: lungi da me far apologia del cattolicesimo, vorrei solo far notare che il Papa di lavoro fa appunto il Papa e non l’amministratore locale o nazionale. Come da copione, la religione si occupa dello spirito. Per le questione pratiche ci sono i politici. Rivolgetevi a loro.

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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