Nelson Mandela, lasciamo volare la colomba della pace

nelson mandelaNelson Mandela, ricoverato da tempo in ospedale, è ormai tenuto in vita artificialmente.

I suoi problemi polmonari e le sue crisi respiratorie hanno colpito l’uomo, ma non l’amore che il suo popolo e il mondo intero prova per lui.

L‘Africa chiede che si lasci volare via la colomba della pace, ma numerosissimi sono i bigliettini lasciati fuori dai cancelli dell’ospedale, ricchi di speranza e di amore per il leader anti-apartheid.

In Africa c’è l’usanza di “congedare” i propri anziani dalla vita terrena, ” ti lasciamo andare”, questo i figli dicono ai propri padri in punto di morte. Una dimostrazione infinita di amore, che però l’Africa di Mandela non è ancora pronta a fare.

La natura di “attaccabrighe” di Nelson Mandela si rivela in periodo universitario quando, all’età di 22 anni, viene espulso dall’Università di Fort Hare per aver guidato una manifestazione studentesca.

La fuga dalla sua tribù – per evitare un matrimonio combinato- e il lavoro di guardiano in miniera a Johannesburg, servono sicuramente  a costruire l’inizio della strada che percorrerà per tutta la vita  Nelson. Durante il suo lavoro nelle miniere della Corona si rende per la prima volta realmente conto della situazione di assoluta povertà e di totale sfruttamento in cui vertono i suoi colleghi.

Questa situazione, insieme alla promulgazione di leggi sempre più ingiuste nei confronti del popolo di colore sudafricano portano Nelson Mandela, Oliver Tambo e Walter Silulu alla fondazione di un movimento che dopo pochi anni vedrà proprio Madiba – nome con cui gli africani chiamano lo stesso Mandela- come presidente, La Lega Giovanile dell’ANC.

A causa della sua costante mobilitazione e attenzione verso i  problemi del popolo africano Nelson Mandela subisce molte vessazioni e persecuzioni da parte dello Stato, culminate nel 1958 con il terribile processo di Treason, che lo vede imputato per ben quattro anni. Da questo momento in poi La Lega Giovanile e tutti i movimenti di liberazione anti-apartheid si vedono costretti ad utilizzare la lotta armata, data l’impossibilità delle marce pacifiche e delle dichiarazioni pubbliche di sortire alcun effetto.

Proprio durante un ulteriore processo, in cui è accusato di alto tradimento, regalerà al mondo una delle più belle frasi, nonché arringhe difensive, rivoluzionarie:

Ho nutrito l’ideale di una società libera e democratica, in cui tutte le persone vivono insieme in armonia… Questo è un ideale per cui vivo e che spero di realizzare. Ma se è necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire“.

A 46 anni Nelson Mandela viene condannato all’ergastolo, da scontare nella prigione di Robben Island, nel bel mezzo dell’Atlantico. Qui vestito con la tipica divisa dei prigionieri vittime dell’apartheid, calzoncini corti e maglietta a mezze maniche, trascorre molti anni nella prigione che molti di noi ricordano tutt’ora, una piccolissima cella, dalla quale si può vedere il cielo solo “a strisce”.

A Robben Island i detenuti vivevano in un isolamento costante, era vietato parlare, e addirittura fischiettare. Non si poteva scrivere e ricevere visite, solo pensare era possibile, perché materialmente non impedibile, mentre si era costretti ai lavori forzati.

Dopo ben 27 anni di prigionia, nel 1990, un uomo fisicamente provato, ma mentalmente più forte, ritorna definitivamente libero. Una delle immagini simbolo della storia di Nelson Mandela si ha proprio in seguito alla sua scarcerazione, durante il discorso tenuto in un’arena pubblica.

Il tata – papà – africano alza il pugno chiuso, e un mare di gente esplode in un boato di gioia. Inevitabile la sua elezione nel 1994 a Presidente del Paese, per la prima volta nella storia sudafricana un uomo di colore poteva rappresentare l’intero popolo. Proprio un anno prima gli era stato assegnato il Premio Nobel per la Pace.

Nel 1999 si ritira per sempre dalla vita politica, senza però mai smettere di occuparsi e preoccuparsi dei più deboli, dei discriminati, degli emarginati.

Vogliamo ricordare Nelson Mandela con il pugno chiuso, accolto dal giubilo della sua gente!

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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