Le genti, la metro e La Fra è in ritardo

metro-b-1-caos-03Ti svegli, è tardi. Saresti dovuta nascere settimina, magari ce l’avresti fatta ad essere in orario una volta nella vita.

Mangi un biscotto, ti scotti la lingua bevendo il caffè, ti infili un maglione spesso quattro dita, nel mentre provi anche a truccarti un attimo, ma vabbé, qualcosa puoi anche fallirla con 10 minuti scarsi per prepararti.
Quindi, esci: le scale le fai di corsa mentre ti giri 5 o 6 volte la sciarpa intorno al collo, butti la spazzattura lanciandola nel cassonetto come se fossi alle olimpiadi, e ti fiondi fuori dal cancello. Ti accorgi di essere in ritardo perché, oltre all’irreparabile realtà del crudele orologio, la signora della panetteria ha già finito di esporre i dolci. La cosa non sfiora per nulla il tuo animo nobile e non corrutibile, ricominci dunque a camminare di buona lena verso il tuo obiettivo, che sarebbe la metropolitana. C’è solo un ostacolo che ti divide da lei: il km di strada che ogni mattina ti fai praticamente correndo. Nemmeno un tram in aiuto oggi. Forse cappuccio su berretta è eccessivo, ma non hai tempo di sistemare questo dettaglio.

Eviti il maggior numero possibile di persone sul marciapiedi: dal ragazzino che ancora non capisce perché è uscito dal letto, alla vamp che ci prova a stare sui tacchi, ma sono le 8.40, è normale che tu sia traballante bella bionda tinta. Ci sono anche uomini d’affari che ti guardano un po’ straniti: che ci sarà poi di strano nell’essere bianche e rosse come Heidi e vestite come un eschimese lo sanno solo loro. E quindi uscimmo a riveder la stazione: bella, maestosa, grande e terapeutica. Sì, perché in Centrale ci sarà sempre qualcuno che è più in ritardo di te. Ma questo ti ricorda sempre più che dovresti già essere in ufficio, e non quasi in procinto di arrivare. Balzi sui tappeti che ti portano nelle viscere della terra, ma, purtroppo per te, ti ritrovi in mezzo ad una scolaresca in gita. Dannazione. “Non lo so, le bestemmie non mi sembrano adatte ad una come me, cosa ne pensi?” No piccina, in effetti non si abbinano col colore dei tuoi occhi, ma hai un viso perfetto per riceverne se non ti sposti!! L’ isterismo delle stazioni mi prende in pieno, si impossessa di me mentre vado ai tornelli. Sento la mia corsa annunciata dalla vocina – molto metallica e per nulla simpatica – della metro. Che quest’ultimo slancio giù dalle scale segni la fine dell’inizio della mattinata, verso qualcosa di più tranquillo?

Certo che no! Mi metto vicino alle porte, aspetto educatamente e con abbastanza sforzo che la gente scenda, ed ecco, accade il peggiore incubo: la catena umana. Sì, una volta che i passeggeri sono scesi, quelli che proseguono la corsa decidono di fare una barriera davanti a te, se vuoi passarla o vai col limbo, o salti. Che figata. Opti per un borbottato “permesso“, e vedi tre o quattro anelli di questa catena spostarsi insieme come se fossero il cancello che hai sbattuto alle tue spalle per uscire di casa. Riesci ad infiltrarti, ti ritagli un piccolo spazio in quella follia, e aspetti pazientemente che arrivi la tua fermata. Con gioia, noti la tua collega in attesa di salire, e anche lei dovrà affrontare il tuo stesso problema: sorpassare le genti.

Sareste già pronte per tornare a casa, farvi una doccia e bervi un caffè. Invece la vostra spumeggiante giornata lavorativa è appena cominciata.

La pausa pranzo arriverà presto. O almeno, così vi augurate!

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