La cultura hip hop: le sue origini nelle strade di New York.

Sono una donna vicina alla quarantina, ho due grandi passioni: la prima non credo che ci sia bisogno di dirlo, sono qui a Senzabarcode, quindi è chiaro no? Scrivere; la seconda è l’ hip hop, pianeta che mi ha conquistato nell’adolescenza e in particolare nel 1993, quando sul mercato musicale arrivarono gli Articolo 31, a quei tempi il grande J-ax che conoscete oggi, era il Pifferaio magico che diceva di essere Nato per Rappare e io mi accorsi che ero una topolina nata per ascoltarlo.

La cultura hip hop: le sue originiIl mio amore per la cultura Hip Hop nasce li, il quel momento e mi ha accompagnato nel corso degli anni, come una fedele amica, da oggi vorrei condivider con voi questa mia passione e farmi scoprire tante cose su questo mondo particolare, che non è fatto solo di musica e ritmo, la cultura Hip Hop è tanta roba, con la speranza che i Club Dogo mi perdonino per la citazione sulla loro canzone. Siete pronti per partire con me alla scoperta della cultura Hip Hop? Si? Bene, allora allacciate la cintura che si parte!

Vi siete accorti che uso il termine “cultura Hip Hop”? Sfaldiamo subito un mito, l’Hip Hop non è un tipo di musica, è una vera e propria cultura, quindi un modo di pensare, di vedere, di illustrare e esternare la vita, in tutte le sue colorite sfumature, la musica, nel dettaglio il rap, è solo un ramo della cultura Hip Hop, un sottogenere che insieme ad altri tre, forma nell’insieme la cultura dell’Hip Hop.

Questo modo di vedere, sentire ed esprimere il proprio stato o condizione, questo mondo che risalta il proprio “io” prende vita, intorno agli 60, nei quartieri poveri e malfamati di New York, il Bronx per intenderci e si pone come obiettivo primario, quello “di dare voce a chi voce non ne ha”, sostanzialmente quindi come forma di ribellione e protesta pacifica.

L’avvenuta dell’Hip Hop, in questi quartieri, fornisce inoltre ai giovani americani, per la maggior parte afroamericani, un’alternativa valida alle scorribande giornaliere, che fino a quel momento avevo fatto parte della loro vita:  “Dimostrate di essere i migliori non con le coltellate o le botte, dimostrate chi è il più forte in modo più intelligente, attraverso i graffiti, la musica e le rime!”, questo è il messaggio che i ragazzi del Bronx a un certo punto fanno proprio, questo è il modo in cui, gran parte di loro, abbandonò i coltelli e le scorribande, per dimostrare agli altri il suo valore, in una delle discipline che veniva dal quel nuovo modo di pensare, protestare e farsi notare.

Negli anni 60 qualcuno incominciò a imbrattare i muri di New York, con scritte vivaci e colorite di protesta e molti poi seguirono l’esempio, era un modo veloce ed evidente di far sentire alla New York ricca e benestante, che esisteva anche l’altra parte, meno fortunata ma era li, a un passo da loro. Il benestante, in quel periodo storico, poteva non fare caso al povero che dormiva in uno scantinato, semplicemente perché non gli passava neanche per la testa di mettere piede in posto malfamato e povero. Di conseguenza la stragrande cittadinanza newyorchese era distante e incurante dei problemi che la gente viveva in quel contesto, ma il benestante in questione,  non poteva non notare le scritte cubitali e colorate di protesta sui muri della sua città.

Può sembrare assurdo ma è in quel preciso istante che prese vita la cultura Hip Hop, nel momento stesso in cui “ha dato voce a chi voce non aveva”, uno dei motivi principali per cui amo questa cultura? I messaggi di speranza che emana.

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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