Intervento in Siria, i dubbi di Obama

Molti sono i dubbi che hanno spinto Obama a rimettere la decisione sull’intervento in Siria al Congresso degli Stati Uniti.

Obama-dubbiQuella dell’intervento militare in Siria si è rivelata per Obama una riflessione davvero difficile, talmente difficile da non aver portato a nessuna scelta netta, limitandosi a rimettere la decisione al Congresso. Nonostante nel suo discorso alla Casa Bianca abbia dichiarato di essere “pronto a dare l’ordine”, affermando che “quando si uccidono oltre un migliaio di persone, inclusi centinaia di bimbi, con un’arma vietata dal 98-99% della comunità internazionale, non agire vorrebbe dire che le regole non hanno più significato”, i dubbi che affollano la testa del presidente degli Stati Uniti sono in realtà piuttosto forti.

Il freno più evidente ad un attacco immediato è la paura di un secondo Iraq, la paura che le armi chimiche, nuovamente, non esistano. Ma questa volta le prove sembrano schiaccianti e nonostante gli esperti dell’ONU, incaricati di investigare sull’eventuale uso di armi di distruzione di massa nel massacro del 21 agosto, si siano da poco ritirati ad analizzare i reperti e un’eventuale decisione sia attesa tra 2-3 settimane, le strazianti testimonianze di chi ha vissuto quella notte d’inferno sembrano sufficienti.

Un dubbio ancora più grande avvolge la portata dell’attacco: chirurgica punizione nei confronti di Assad o vero e proprio intervento militare, con tanto di truppe sul campo e manforte ai ribelli? Per il momento Obama sembra propendere per la prima scelta, con la volontà di bombardare limitati obiettivi per dare un segnale al regime. Questa soluzione, considerato quanto trapela da Aleppo e Damasco, non piace ai ribelli, che preferirebbero un aiuto più corposo, come quello ricevuto, sia pure in misura ridotta, dai sauditi. Ciò che chiede l’Esercito  Siriano Libero sono armi, munizioni e viveri, per poter continuare la resistenza con le proprie forze. In ogni caso una sesta fregata militare ha raggiunto le altre 5 navi da guerra statunitensi già presenti nel mediterraneo orientale, trasportando al suo interno un contingente di un centinaio di marines.

A ritardare la decisione degli Stati Uniti sono anche gli assetti internazionali che avvolgono la guerra civile siriana. Da un lato c’è la Russia, che nega l’utilizzo di armi chimiche da parte del regime e appoggia apertamente Assad. Obama cercherà di raggiungere un’intesa con Putin in occasione del G20 del 5 e 6 settembre, anche se le posizioni sembrano quanto mai lontane. Ad ogni modo l’appoggio russo al governo siriano si manifesterà, con ogni probabilità, in un veto ONU che bloccherà ogni eventuale intervento militare delle principali nazioni europee, Italia compresa. Dall’altro lato stanno le dichiarazioni dell’Iran, che ha affermato di non poter tollerare un’eventuale intervento militare americano, al punto da minacciare un’eventuale ritorsione lontana dal territorio siriano, sul suolo occidentale. E conoscendo l’interesse iraniano per le armi nucleari queste minacce non portano nulla di buono.

Altro dubbio che affolla per certo la mente di Obama riguarda le eventuali sorti del paese a seguito di un’ipotetica deposizione di Assad. A causa dell’endemica disorganizzazione dell’esercito ribelle, peggiorata dall’insufficiente operato dell’opposizione siriana (la Coalizione Nazionale Siriana), buona parte dell’offensiva contro il regime è stata presa in mano da milizie jhiadiste vicine ad Al-Qaeda e se l’attacco americano si risolverà, come pare, in una semplice punizione estemporanea, saranno queste forze ad impadronirsi del paese. Ciò potrebbe dar vita ad uno scenario ancora peggiore, con un’intera nazione controllata dai terroristi di Al-Quaeda.

Molte sono le riflessioni su cui parlamentari statunitensi dovranno soffermarsi i questi giorni, in attesa della delibera che non avverrà più tardi del 15 settembre. Nelle loro mani ed in quelle degli esperti ONU che investigano sui reperti raccolti a Damasco stanno non solo le sorti di un intero paese, ma gli equilibri del mondo intero.

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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