Greenpeace, alla ricerca del marchio più ecologico dell'Alta moda

Vestiti più “puliti”, a impatto zero. L’obiettivo della campagna di Greenpeace è quello di sensibilizzare i grandi marchi per una moda più ecologica.Greenpeace, i marchi più ecologici dell'Alta moda

Non solo baleniere. Gli attivisti di Greenpeace hanno lanciato il guanto di sfida con il Fashionduel. La campagna ha avuto come testimonial Valeria Golino, che coperta di cenere ha denunciato migliaia di ettari della foresta Amazzonica che vengono bruciati per far posto agli allevamenti bovini per la produzione di borse, scarpe, cinture in pelle. L’habitat delle tigri di Sumatra viene convertito per il packaging a basso costo che, una volta utilizzato, finisce nel cestino della carta straccia. In Indonesia, multinazionali dell’industria cartaria, per esempio April (Asia Pacific Resources International Holdings Limited), stanno mandando al macero un patrimonio come le foreste pluviali indonesiane, trasformandole in carta, scatole e sacchetti per gli acquisti. In Cina, Messico e altre regioni del Sud del mondo, l’uso di sostanze chimiche tossiche nei cicli produttivi dell’industria tessile compromette gravemente le risorse idriche globali.

Per questi motivi, Greenpeace ha lanciato la sfida alle grandi case di moda, per assicurare ad ogni consumatore che i prodotti acquistati a caro prezzo non abbiano contribuito alla deforestazione o all’inquinamento delle risorse idriche del pianeta. A 15 note maison sono state inviate 25 domande su alcuni segmenti delle loro filiere come uso della pelle o della carta per i packaging e produzioni tessili. Alcune hanno accettato la sfida e hanno risposto al questionario, altre invece no. Greenpeace sulla base delle risposte ha stilato una classifica dei marchi più ecocompatibili.

Semaforo verde per Valentino: l’azienda si è impegnata a seguire politiche di acquisto e produzione “Deforestazione Zero” per la pelle e il packaging e “Scarichi Zero” nella propria filiera tessile.

Semaforo giallo per Giorgio Armani, Dior, Gucci, Luis Vuitton impegnati da tempo in una politica di Deforestazione Zero, ma ancora lontane dall’abolizione di sostanze tossiche nei tessuti.  Buone politiche di risparmio sul packaging per Versace e Ferragamo, ma mancano ancora impegni vincolanti per gli acquisti della pelle e la produzione dei tessuti liberi da sostanze tossiche. Nessuna certezza per i consumatori che le politiche dell’azienda Roberto Cavalli  siano rispettose delle foreste e delle risorse idriche del Pianeta.

Silenzio da Alberta Ferretti, Chanel, Dolce e Gabbana, Hermes, Prada e Trussardi. Nonostante le molteplici richieste di Greenpeace, queste aziende non hanno mai risposto dimostrandosi non disponibili ad accettare la sfida per comunicare con maggiore chiarezza le loro politiche ambientali.

“La moda è tendenza solo se non costa nulla al Pianeta”, sostengono gli attivisti. Infatti, proprio dietro i lustrini delle passerelle, c’è una delle industrie più inquinanti: dal filato al capo finito, si impegnano circa duemila prodotti chimici, molti dei quali tossici, che spesso finiscono nei fiumi e nelle falde dopo l’uso. Greenpeace ha chiesto ai marchi l’eliminazione di almeno tre delle venti sostanze più pericolose usate nell’industria tessile, fra cui gli ftalati, che si accumulano negli organismi e disturbano l’equilibrio ormonale.

Il Ministero dell’Ambiente in Cina, paese leader nel tessile e dunque il più esposto all’inquinamento, ha chiesto a tutte le industrie tessili di rendere noto cosa gettano nei fiumi e, nel piano quinquennale anti inquinamento, ha annunciato la messa al bando di sostanze chimiche usate nel tessile, proprio quelle al centro delle campagne di Greenpeace.

Ci si augura che anche i marchi francesi e italiani, leader nel settore del fashion, possano seguire lo stesso esempio ed impegnarsi per una moda fatta da più natura e meno chimica.

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