Le vittime di mafia rivivono grazie a Giuseppe Costanza

Il 21 marzo, Porto San Giorgio, in provincia di Fermo, ricorda le vittime innocenti della mafia in un incontro con Giuseppe Costanza, autista del giudice Falcone.

Un teatro pieno di futuro, di speranza e di pagine da scrivere. Si potrebbe descrivere così il Teatro Comunale di Porto San Giorgio, che ieri mattina ha accolto la preziosa testimonianza di Giuseppe Costanza nella Giornata della memoria delle vittime innocenti di mafia. L’uomo di fiducia e autista del giudice Giovanni Falcone, unico sopravvissuto tra i passeggeri della croma bianca in cui viaggiava il giudice, quel terribile 23 maggio 1992. Giorno della strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e tre agenti della scorta. Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Giuseppe Costanza viaggia come sempre insieme al giudice, ma quel giorno non è lui a guidare l’auto

“Sui libri trovate altre cose. – dice l’autista ai ragazzi – Io oggi vi racconterò delle verità che sui libri non troverete mai. Anche scomode. Oggi faremo antimafia vera”. Esordisce così Costanza, dopo le introduzioni del Sindaco di Porto San Giorgio, Nicola Loira, dell’avvocato Maurizio Maria Guerra e della dottoressa Claudia Mazzaferro. Assunto dall’allora Ministero di Grazia e Giustizia nel 1984, in veste civile, Giuseppe Costanza conosce il giudice Falcone dopo appena una settimana di lavoro. Non sapeva chi fosse prima di allora, e quando gli viene chiesto se vuole fare l’autista dell’auto blindata, lui accetta inconsapevolmente. Solo più tardi capirà il peso di quella decisione, dei rischi che si era assunto e a cui aveva esposto la sua famiglia.

Tra Costanza e Falcone si instaura un rapporto di totale fiducia e di stima

Questo fa sì che l’autista sia l’unico a non avere turni di servizio. Deve essere sempre disponibile perché il giudice si fida solamente di lui. Quel 23 maggio Costanza doveva morire. E lo avrebbe preferito, ” Perché Falcone sapeva dove mettere le mani e avremmo avuto una realtà ben diversa”. Ha continuato con la voce carica di emozione. L’attentato, considerato dall’autista un depistaggio, era stato organizzato in modo tale che non ci fossero sopravvissuti. Infatti, il tritolo viene posizionato in modo da colpire simultaneamente le tre vetture che formano la scorta. Scorta che era solita viaggiare con i mezzi appaiati, in modo da occupare l’intera sede stradale. Ma accade qualcosa che neanche la mafia può prevedere. Il giudice Falcone decide di guidare, ne ha voglia, così invece di occupare orizzontalmente la sede stradale, come erano solite fare, le tre croma si posizionano una dietro l’altra.

Giuseppe Costanza si siede sul sedile posteriore, mentre Francesca Morvillo si accomoda davanti, come è solita fare a causa del mal d’auto. “Chiesi al giudice quando lo sarei dovuto andare a prendere.” Racconta l’autista. Gli risponde che sarebbe dovuto andare il lunedì, e proprio per questo chiede a Falcone di ricordarsi di consegnargli le chiavi dell’auto, una volta arrivati. Il giudice però ha la mente altrove, proiettata ad un incontro con dei magistrati, che avrebbe avuto di lì a poco. Lo scopo era ricostituire il pool antimafia smantellato da Meli, succeduto al giudice Caponnetto. Falcone quindi, sovrappensiero, stacca la chiave dal cruscotto, mentre l’auto è in marcia.

“Dottore che fa? Così ci ammazziamo!” Dice Costanza al giudice

“Scusi, scusi…” Risponde Falcone rimettendo le chiavi al loro posto. “Da lì il mio cervello si rifiuta di ricordare”, ammette Costanza. La croma bianca, senza chiave, rallenta la sua corsa, ma non abbastanza. L’auto della scorta che li precede viene investita in pieno dalla bomba ed è scaraventata in un campo, oltre la carreggiata opposta al loro senso di marcia. I tre uomini della scorta, che erano all’interno, muoiono all’istante. La croma di Falcone impatta contro il muro di detriti sollevato dall’ordigno. Francesca Morvillo muore sul colpo e il giudice morirà in ospedale, tra le braccia di Paolo Borsellino. Giuseppe Costanza ha traumi alla milza, all’intestino. L’occhio sinistro è uscito dall’orbita, la mandibola e i denti sono rotti, così come la spalla. Ha cinque ernie alla schiena.

Nonostante i morti dell’attentato siano cinque, vengono ordinate sei bare, perché si pensa che Costanza non si salverà. “Ma gli è rimasta sulla panza. Sono qua” commenta amaramente

Da quel giorno di 26 anni fa, Giuseppe Costanza cerca la verità. Vuole sapere chi c’è dietro la morte di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e di tutte le altre vittime innocenti di mafia. Nessuna commissione antimafia lo ha mai ascoltato. Il suo stato di sopravvissuto gli è stato fatto pesare, e quando rientra in servizio dopo 18 mesi, si rende conto che il Ministero non sa che farsene di lui. Deve rimanere nell’ombra. Ma lui non ci sta e non si arrende.

Non crede che questi attentati siano opera della “manovalanza”, come la chiama lui. Piuttosto è convinto che ci siano molti “colletti bianchi” implicati nelle stragi. Falcone faceva paura, “Voleva riaprire le indagini interrotte nel 1989, e per questo è stato eliminato”. Così come Borsellino, che confessa a Costanza, nella sua stanza di ospedale, di aver preso in mano le indagini di Falcone e di segnare tutto sulla sua agenda rossa, sparita misteriosamente. “Io c’ero in via d’Amelio“, dice Costanza. E ricorda perfettamente il cordone dei poliziotti, fatto per evitare che qualcuno inquinasse le prove. Eppure a tutt’oggi l’agenda non si trova.

“Ci sono responsabili che devono essere ancora individuati”, tuona Giuseppe Costanza

” Voglio sapere la verità prima che i miei occhi si chiudano. Chi ha ordinato l’uccisione di Falcone e di tanti altri?” Una ferma ricerca della verità, e la tenacia di tenere viva la memoria dei tanti servi dello stato caduti. Chi dimentica è complice. L’autista e uomo di fiducia di Falcone si avvia a chiusura con un monito per i ragazzi. “Mantenetevi sempre nella via della legalità, e guadagnatevi il vostro posto. Se ricoprirete un ruolo ottenuto grazie ad un favore, e che quindi non meritate, prima o poi vi verrà chiesto qualcosa in cambio. Il prezzo da pagare sarà alto, e voi non potrete dire di no! Voi siete il nostro futuro!” E se è vero che quei ragazzi rappresentano il nostro futuro, è altrettanto vero che Costanza rappresenta la memoria viva di uno dei periodi più bui del nostro Paese.

“Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Questo diceva Giovanni Falcone. Oggi le sue parole e quelle di tanti altri come lui, hanno camminato grazie alle gambe di Giuseppe Costanza, e sono giunte fino a noi. Ancora vive e tonanti, dopo 26 lunghi anni.

La storia dell’uomo di fiducia del giudice è raccontata nel libro Stato di abbandono, di Riccardo Tessarini.

Giuseppina Gazzella

Classe 1984, marchigiana di nascita, cittadina del mondo per natura. Scrive e canta con la consapevolezza, la voglia e la pretesa di fare meglio ogni giorno, e di crescere sempre, perché sentirsi arrivati equivale all’essere morti.

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