Frida Kahlo

frida_kahlo_small_0_trimmedLa band Britannica dei ColdPlay ha intitolato un album del 2009 Viva la Vida or Death and all his friends. Questa frase è di Frida Kahlo, la scrisse dopo che terminò il suo ultimo quadro, otto giorni prima di morire, otto giorni prima di terminare un’esistenza quanto mai difficile, sebbene vissuta appieno. Chris Martin, frontman della band spiega la scelta del titolo.

Lei è sopravvissuta alla poliomelite, ad una spina dorsale rotta, ad un male cronico per decenni. Ha avuto un sacco di problemi e ha iniziato questo grande quadro a casa sua che diceva Viva la Vida. Mi è piaciuta questa audacia.

Frida Kahlo era una donna molto coraggiosa e questa è la sua storia.

Nacque nel 1907 in Messico, ma lei rinnegò quell’anno, sosteneva di essere di tre anni più giovane, del 1910. Perché? Perché nel 1910 ci fu la rivoluzione messicana che pose fine alla dittatura del Generale Porfirio Diaz e lei si sentiva intrinsecamente figlia di quella rivolta, lei era una donna del Messico moderno.

I genitori non erano messicani bensì ungheresi, il padre era un fotografo che soffriva di gravi crisi epilettiche. Frida già da piccola ha una vita difficile: soffre di spina bifida che i genitori scambiarono per poliomelite -di cui ne era affetta una delle cinque sorelle-, zoppica ma fa di tutto per nascondere il suo dolore agli altri; la sua sofferenza la lega in modo particolare al padre di cui ne è la preferita, con cui condivide pena fisica e interesse artistico.

Il suo carattere si stava formando, chiara l’insofferenza verso qualsiasi forma di convenzione, quando avviene la sua più grande disgrazia: rimane vittima di un incidente in tram. La schiena le si ruppe in tre diversi punti, il bacino fu schiacciato, le pelvi rotte, il piede destro fratturato. Frida dal corpo già debole non potrà mai godere delle gioie della maternità. Per riprendersi deve rimanere numerosi anni a letto con il busto ingessato, subendo trentadue interventi. In seguito riuscirà di nuovo a camminare, ma ciò le costerà sempre un immenso dolore che mai darà a vedere ad alcuno, Frida era allegra, così la ricordano tutti quelli che la conobbero.

Immobile nel letto iniziò la sua carriera artistica. I primi soggetti furono autoritratti, furono la resa pittorica del suo grande dolore. Dolore fisico che ella affidava alla tela perché il suo morale non ne venisse scalfito. Veniva considerata una donna magnetica, dotata di grande personalità e vitalità, disponibile, ritenuta un genio e quant’altro. Invece nelle tele troviamo sovente colonne romane spezzate, come la sua schiena, e corpi di donna distorti, che lei ben conosce. Ma non si ferma qui, con i pennelli parla del suo popolo, dei messicani, del loro folclore, delle loro origini precolombiane e della loro originale utopia. La sua era pura arte messicana, legata fortemente con l’impegno politico, attivista nel Partito comunista messicano.

Ebbe anche contatti con Breton che la portò a Parigi per introdurla negli ambienti surrealisti. Egli diceva infatti che Frida era una «surrealista creatasi con le proprie mani». La pittrice era onorata di ciò, sapeva che il surrealismo le avrebbe portato la fama, ma non poteva perdere la propria originalità. Solo quella era sua davvero, solo quella era la sua forza. A posteriori, e a ben guardare, lei non era veramente surrealista, non cercava il subconscio ma la sua rappresentazione della vita in chiave simbolica.

E fu ancora grazie alla pittura che conobbe il suo amore della vita, Diego Rivera, illustre pittore dell’epoca cui lei portò le prime tele per fargliele giudicare. Un anno dopo, nel ’29 si sposarono e la loro unione, burrascosa e feconda fece molto scalpore all’epoca. Lui era al terzo matrimonio, di venti anni più vecchio e incline al tradimento. Anche Frida si lasciò trasportare dalle inclinazioni del marito ed ebbe amanti quali Trosky e Bréton, senza disdegnare le scappatelle omosessuali come quella con la fotografa Tina Modotti.

Voleva tutto dalla vita, quella stessa vita che aveva cercato di portarle via tutto.

Rimase incinta ma perse il figlio a gravidanza inoltrata, si separò dal marito, per un tradimento di lui con una sua sorella, si sposarono nuovamente dopo poco. Le fu amputata la gamba destra, in stato di cancrena. Dieci giorni prima di morire, inferma sulla sedia a rotelle partecipò alla manifestazione in piazza contro la destituzione del presidente guatemaleco Jacob Arbenz Guzman da parte della CIA.

Mai le passò la voglia di vivere.

Cosa ci resta di lei?

Il suo diario, scritto dal ’44 in poi, un francobollo emesso nel 2001 dagli Stati Uniti e le parole di Picasso. Picasso era un grande artista, e proprio perché lo era sapeva riconoscerne un altro.

Né Derain, nè tu-Rivera- né io siamo capaci di dipingere una testa come quelle di Frida Kahlo

Peccato che nessuno se ne ricordi.

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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