BeceroFemminismo.ProfondamenteMaschilista

25 novembre 2012, 13esima Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Leggo questa data e questa ricorrenza e, prima di riuscire a partorire qualsiasi considerazione di merito, mi sfiora una domanda senza che io lo voglia, come un riflesso incondizionato: quando ricorre quella contro la violenza sugli uomini? E subito dopo: perché non accorparle?

 

Ma il flusso di pensieri si interrompe: la Giornata contro la violenza sugli uomini non esiste.

Pausa. Rewind.

 

È innegabile che, nel mondo, le donne siano le principali vittime – dirette e indirette – della violenza maschile. Si pensi all’India, dove agli infanticidi di bambine si sommano i maltrattamenti e gli omicidi delle mogli, che sono discriminate anche in termini di assistenza sanitaria, per affari di dote da parte di uomini che hanno un potere assoluto su di loro, compresa la possibilità di rinchiuderle in casa con l’aiuto delle proprie madri (quindi di altre donne). Si pensi alla persecuzione delle lesbiche, alle mutilazioni genitali femminili, all’aborto selettivo in Cina, alle vedove bruciate insieme al marito morto ancora in India, alle donne indù acidificate dalla famiglia del marito per la dote poco consistente, alla legalizzazione dello stupro della moglie in alcune contee degli Stati Uniti e in alcuni Paesi dell’occidente, alla morte delle donne costrette a praticare l’aborto clandestinamente perché tale pratica è penalizzata.

 

Violenza sulle donne, o “femminicidio” – termine peraltro coniato per descrivere la strage di donne in Messico –  «si ha in ogni contesto storico o geografico, ogni volta che la donna subisce violenza fisica, psicologica, economica, normativa, sociale, religiosa, in famiglia e fuori, quando non può esercitare i diritti fondamentali, perché donna, ovvero in ragione del suo genere» scrive Barbara Spinelli – Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale, 2008, Franco Angeli -. Per vivere la Giornata contro la violenza sulle donne con consapevolezza e non potendo approfondire oltremodo la situazione delle donne in tutto il mondo, credo sia importante soffermarci perlomeno sul nostro Paese: quali sono le reali discriminazioni e violenze di cui sono vittime le donne italiane e quali strategie si stanno concretamente mettendo in campo per arginarle?  

 

I media del Belpaese ci raccontano esclusivamente di un altissimo tasso di omicidi di donne consumati in ambiente domestico da parte di partner, ex partner e talora finanche figli: giornali e tv si superano l’un l’altro nel fornire cifre da bollettino di guerra. Poco importa che il computo aggiornato delle vittime aumenti, diminuisca, torni ad aumentare per diminuire nuovamente, con annesse equazioni sensazionalistiche, certamente degne di titoli a nove colonne – “una donna ogni tre giorni” è uccisa dal proprio marito, spesso si sente anche “una ogni due giorni”: fatevi i conti – . Ovvio che non siano mai citate fonti ufficiali, sicure, e magari – perché no? – internazionali, delle cifre smerciate ad ogni piè sospinto.

Frequente è pure la trasmissione di serie tv in prima serata che rappresentano la società italiana come un covo di uomini che trascorrono le proprie giornate a uccidere le donne con la velocità, disinvoltura e viva soddisfazione di come i bambini mangiano le caramelle, al punto che viene da chiedersi come sia possibile che nel nostro Paese le donne non solo non si siano estinte, ma continuino ad essere in maggioranza. Ricorre spesso anche la parola “femminicidio”, talora parimenti sostituita con “femmicidio”, senza sapere dove e perché siano state coniate sia l’una che l’altra e quali differenze vi siano tra le due.

 

 

Qualche giorno fa, un’affermata giornalista indiana – dove le donne vivono situazioni veramente terribili – spiegava che in India non esiste un dibattito pubblico sul “femminicidio”: «Il dibattito per un certo periodo è stato focalizzato sull’infanticidio di bambine. Si è parlato molto di aborto selettivo e di omicidi di donne per affari di dote – dowry death –. Sono tutte forme di “femminicidio” o di violenza di genere. Ma non vengono codificate come “femminicidio” dai media».

Da par loro, i partiti politici parcheggiano nei cassetti delle Commissioni parlamentari cumuli di proposte di legge contro la violenza “di genere”. Proposte che, come nel caso della recentissima Bongiorno-Carfagna, vengono presentate alla cittadinanza quali strumenti di contenimento della violenza domestica e a tutela delle donne, prevedendo aggravanti – palesemente incostituzionali –  qualora l’omicidio sia commesso da un uomo – tantopiù se parente – verso una donna.

Ma aldilà della propaganda pre-elettorale, cosa c’è veramente dentro e dietro? La spiegazione del celebre Avv. Gian Domenico Caiazza a Radio Radicale.

 

Il Dipartimento Office On Drugs and Crime dell’ONU ha recentemente diffuso un report molto approfondito dal quale si evince che l’Italia è uno dei Paesi più sicuri al mondo per le donne, con un tasso di omicidi in discesa. Tuttavia, nel nostro Paese, le donne non possono praticare liberamente l’aborto in quanto gli obiettori di coscienza rappresentano la quasi totalità del personale sanitario; i tecnici non hanno strumenti – normativi, strutturali… –  a disposizione contro la pedofilia – stanno smantellando anche la Polizia Postale, baluardo contro questo fenomeno in crescita – , talora è impedito loro perfino di parlarne nei loro Convegni, che vengono boicottati, e non c’è tutela nemmeno contro le mutilazioni genitali femminili.

 

Le ragazze e le donne italiane si ammalano di anoressia o muoiono sotto i ferri del chirurgo per corrispondere a un modello di bellezza dominante, costruito, commerciale.

Nella nostra società vige un sistema che colloca la donna ai fornelli, alla cura di casa e prole – della quale è sempre e aprioristicamente la miglior accudente, purché non disturbi eccessivamente l’uomo –  e perciò la discrimina sul lavoro.

Quali provvedimenti e finanziamenti sono stati messi in campo perché la donna sia tutelata per davvero e abbia vere pari opportunità nella nostra società? Penso ad una società in cui, prima e dopo il divorzio, donne e uomini siano veramente pari in termini di doveri in famiglia e di diritti sul lavoro – quindi senza più ostacoli alla carriera delle donne, perché hanno o potrebbero avere figli “tra i piedi” – e trovo particolarmente “ingenue” – ma trattasi di ingenuità? –  le lotte di certo becero-femminismo, che si affanna a mantenere uno status-quo creato dagli uomini per gli uomini – profondamente maschilista – , convinto di difendere piccoli “privilegi” della donna in ambito familiare, che sono il vero freno ad un’autentica libertà e parità della donna nella società: certo femminismo ottuso, indottrinato da una cultura maschilista senza saperlo, non si rende conto che quei presunti “privilegi” altro non sono che la prova del nove dell’assoggettamento della donna all’uomo.

 

 

Viva le donne!

 

*Un grazie particolare va a Daniela Bandelli, giornalista, PhD student (1st year), School of Journalism and Communication at University of Queensland, per i suoi spunti, suggerimenti, approfondimenti.

 

Contatta Sean Nevola 

Gian Domenico Caiazza avvocato, presidente del Comitato Radicale per la Giustizia “Piero Calamandrei”

{jcomments on}

 

Sheyla Bobba

Classe 1978.

È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

Cosa ne pensi?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: