Controriforma a Presadiretta. Articolo 18 e disoccupazione

PresadirettaE’ andata in onda domenica 17 marzo  alle 21.30 la puntata della trasmissione Rai “Presadiretta” dedicata alla disoccupazione giovanile. Una puntata da seguire dall’inizio alla fine. Il titolo “Controriforma” è emblematico delle conseguenze della riforma del mercato del lavoro attuata dal ministro Elsa Fornero nove mesi fa.

Nata con l’obiettivo di ridurre il numero dei cosiddetti lavoratori atipici per facilitarne l’assunzione e la stabilizzazione a tempo indeterminato, la riforma dell’articolo 18 si è rivelata inutile e dannosa: non ha eliminato le 46 forme contrattuali che si prefiggeva di abolire e ha portato alle stelle la disoccupazione giovanile in Italia, balzata dal 29% al 40% nel giro di un anno. Il giuslavorista Giampiero Falasca, intervistato dal conduttore, ha fatto notare come lo sforzo di razionalizzazione contrattuale della riforma venga costantemente vanificato da un adeguamento e legittimazione dei contratti atipici attraverso passaggi legali ad hoc, che arginano qualsiasi ostacolo e legge. Trucchi e sotterfugi. Come sempre accade nel nostro bel paese: “Fatta la legge trovato l’inganno”.

Così Presadiretta ha passato in rassegna alcune delle categorie professionali che quotidianamente vivono la precarietà del lavoro: aspiranti avvocati che continuano a svolgere un praticantato non pagato che si traduce anche in 10 – 12 ore di ufficio: sbrigano le pratiche dal Giudice di Pace gratuitamente al posto di Agenzie che prenderebbero in media dai 10 ai 15 euro a pratica. Medici, riconosciuti per merito per il loro lavoro decennale in istituti di eccellenza, firmano l’ennesimo contratto a progetto della durata di 6 mesi. I milleduecento lavoratori precari dell’Alitalia che non vedono riconosciuta la loro anzianità dalla Cai, ragazzi, preparati e specializzati, lasciati a casa e sostituiti con nuovi giovani, in un giro infernale di nuovi e vecchi precari. Call center, che chiudono a Roma e riaprono in Albania, o nei paesi dell’Est, con l’abbattimento dei costi del lavoro. E’ il fenomeno crescente della “delocalizzazione”: le aziende chiudono le loro sedi permanenti, definendole improduttive, e riaprono altrove con costi più bassi.

I precari intervistati sono tutti della stessa idea, lavoratori feriti, dicono di aver dato tanto all’azienda, di aver dato il cuore e di non aver ricevuto umanità in cambio. Sono consapevoli di essere dei numeri, pur riconoscendo l’alto valore aggiunto al loro lavoro, svolto con passione, svolto per vocazione.

“Ci dicono di sorridere, ma a noi piange il cuore” dice una precaria, hostess ex Alitalia.

Nelle parole di Giampiero Falasca, il lavoro con contratto a progetto rischia di diventare un lavoro subordinato di serie B: dovrebbe essere per definizione un lavoro autonomo e invece finisce per inglobare maternità e ferie, diventando mostruosamente atipico e difficile da spiegare ad esempio in Europa dove il lavoro o è puramente subordinato o è puramente autonomo. Senza considerare “l’effetto delle porte girevoli “ causato dalla legge 92/2012 che prevede uno stacco di 2 – 3 mesi anziché di 10 – 20 giorni tra un contratto di lavoro e l’altro, ma con la possibilità di tornare ai 10 – 20 giorni di stacco, se richiesto dai contratti collettivi. In attesa di risalire sulla giostra, con un fermo contrattuale che diventa discrezionalmente di 20 giorni o di 3 mesi, il ragazzo vede a quel punto polverizzata tutta la sua storia professionale, con la paura costante di perdere il treno del lavoro.

Tutto questo ha un costo.

Questa non è una storia a costo zero, sul tavolo dei sindacati si continua a mettere carne al fuco e, come un gatto che si morde la coda, la riforma del mercato del lavoro è ormai operativa, creando problematiche sempre più complesse.

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