Carcere di Spandau, Berlino

6th_Inf_Regt_Spandau_Prison_1951Dalla Cella si vede il cielo racconta ogni giorno la vita all’interno dei penitenziari di tutto il mondo, le condizioni dei detenuti all’interno e come è la piantina del carcere, come sono disposte le celle. Ma oggi no. Oggi parliamo di un carcere che se dovessimo utilizzare il presente, non ci sarebbe nessuna cella per nessun detenuto. Racconteremmo soltanto come è disposta la polvere, nessun muro, nessuna sbarra.  Su questo posto oggi troviamo un parcheggio di un negozio del Supermercato della catena Kaiser e un negozio di elettronica Media Markt . E per ritrovare le macerie, dovremmo andare sul fondale del Mare del Nord, dove furono gettate. 
Un carcere fantasma perchè c’era ieri ma oggi non c’è. Eppure la sua memoria rimane, lo si può vedere, immaginare come se anche oggi fosse lì. Di quelli che ti avvicini per toccarlo e soltanto allora ti accorgi che non esiste più, che è aria. Ti allontani, allora, e lo rivedi lì dove un secondo fa non c’era.
Eppure c’è chi, tra coloro che lavoravano all’interno del carcere, ha giurato, prima di svenire, che ha sparato a un fantasma che era davanti a lui, prima di svanire.

Spandau, Berlino.

Il carcere di Spandau è stato un penitenziario situato nell’omonimo quartiere di Berlino. E’ stato costruito nel 1876 e demolito nel 1987 dopo la morte del suo ultimo recluso, Rudolf Hess, per impedire che divenisse “un santuario” dei movimenti neo-nazisti.
Al termine della seconda guerra mondiale fu preso in carico dalle Nazioni che avevano vinto la guerra(Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito e Francia) utilizzandolo come dimora per i criminali di guerra nazisti condannati a pene detentive al termine del Processo di Norimberga.
Furono solo sette i prigionieri che rimasero all’interno delle celle,
tre di questi dovevano scontare la pena del carcere a vita: Hess, Funk e Raeder
due detenuti, invece, dovevano scontare nel penitenziario la pena di 20 anni: Speer e Von Schirach
un detenuto aveva la pena di anni 15: Von Neurath
e l’ultimo detenuto doveva scontare 10 anni: Donitz

Di questi sette, tre uscirono poi da Spandau anticipatamente per motivi di salute,
gli altri tre scontarono la pena all’interno del penitenziario e uscirono il 1966

l’ultimo detenuto, condannato come detto al carcere a vita, ma non uscito anticipatamente per motivi di salute, restò l’unico detenuto all’interno del carcere per 21 anni! Fino alla sua morte. Contribuendo, involontariamente, a tenere attivo il penitenziario e a dare quindi lavoro a tutti coloro che operavano all’interno del penitenziario. Che però, non se la passarono affatto bene, come dopo vedremo.

La struttura del penitenziario.
La prigione era originariamente concepita per accogliere una popolazione carceraria di centinaia di unità. Composta da un vecchio edificio di mattoni racchiuso da un muro di 4 metri e mezzo, uno da 9, uno da 3 elettrificato e, infine, una barriera di filo spinato. In aggiunta, alcuni dei 60 robusti soldati in servizio occupavano le nove torri di guardia, dotate di mitragliatrice, 24 ore su 24. Per via dell’elevato numero di vani disponibili in rapporto all’esiguo numero di detenuti, tra una cella occupata e l’altra ve n’era una vuota, questo per impedire le comunicazioni tra i detenuti. Altri moduli di quel braccio furono destinati ad altri usi quali la biblioteca interna e la cappella.

I 21 anni da solo all’interno del carcere.

La questione sicuramente più interessante è la condizione in cui, Rudolf Hess, passò 21 anni della sua vita come unico detenuto all’interno del carcere.
Il carcere come detto apparteneva a più nazioni, i Paesi che avevano vinto la Seconda Guerra Mondiale, avevano a turno controllo sul penitenziario, due mesi a testa.
Rudolf Hess, vide davanti a lui completarsi questo turno di vigilanza 126 volte, prima Stati Uniti, poi Unione Sovietica, dopo Francia e infine Regno Unito. Tutto ciò per controllare lui, l’unico detenuto per 21 anni.
Hess, quando scontava la pena insieme ad altri detenuti, fino al 1966 quando anche il detenuto Funk scontò la sua pena e lascio il penitenziario con all’interno solo Hess a dover scontare la pena, Hess era noto come “l’uomo più pigro di Spandau” perchè evitava qualsivoglia tipo di lavoro, inventando le scuse più impassabili. Paranoico e ipocondriaco di natura, lamentava di soffrire tutti i tipi possibili di malattia, principalmente dolori di stomaco, ed era sospettoso di qualunque cibo somministratogli, arrivando a tenere il piatto più lontano possibile come mezzo per evitare l’avvelenamento.
Non era ben visto dagli altri detenuti a causa del suo comportamento. Rifiutò per oltre vent’anni qualsiasi visita, da parte di esterni, per motivi di orgoglio, cedendo solamente nel 1969, quando incontrò il figlio ormai adulto e la moglie dopo che un’ulcera perforante aveva richiesto cure ospedaliere.
Quando rimase solo in carcere come unico detenuto, i direttori stralciarono molte delle regole, spostandolo nello spazio più grande, un tempo riservato alla cappella e dandogli un bollitore per potersi fare il tè o il caffè quando voleva. La sua cella inoltre era sempre aperta per potergli consentire di accedere liberamente ai servizi igienici e alla biblioteca. Per motivi di sicurezza, Hess dormiva in una stanza diversa tutte le notti. L’unica sua compagnia era costituita dal guardiano Eugene K. Bird con cui instaurò un rapporto di amicizia. Bird scrisse un libro sulla prigionia del gerarca intitolato The Loneliest Man in the World.
Quando le condizioni di salute del detenuto lo richiedevano(forse un po’ troppo spesso) veniva trasportato all’ospedale militare britannico, collocato non molto distante dalla prigione, dove gli veniva riservato l’intero secondo piano.
Il clima per coloro che lavoravano all’interno di Spandau toccò picchi di alienazione enormi, 67 persone che quotidianamente erano occupati a lavorare nel sorvegliare una sola persona per di più costretta in pochi metri quadrati che da quasi un secolo non erano stati evasi da nessuno. Spandau raggiunse, per chi ci lavorava la nomea di “luogo infestato“, un soldato inglese intervista da Soldier Magazine alla fine degli anni novanta raccontava che fare il sorvegliante da solo, di notte e in cima a una delle torri di avvistamento poteva essere un’esperienza terrorizzante. Una notte fu trovato svenuto dopo aver sparato col fucile su quello che lui definì “un fantasma”.

Moretto

Scrive su SenzaBarcode dalle origini. Redattore, imprenditore

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