Bigenitorialità? Giù dalla torre di Babele

Un uomo entra in un negozio di giochi per comprare un regalo di compleanno a sua figlia. Aveva notato una Barbie nella vetrina, entra e chiede alla commessa: “Quanto costa la Barbie che è in vetrina?”, “Dipende, ne abbiamo vari tipi: ‘Barbie che fa shopping’ 19,95€, ‘Barbie che va alla spiaggia’ 20,05€, ‘Barbie ballerina’ 21€ e ‘Barbie divorziata’ 400€”. E lui:”Ma perchè la Barbie divorziata costa 400€??” La commessa:”Beh, perchè include la macchina di Ken, la barca di Ken, la casa di Ken, i mobili di Ken e tutti i suoi risparmi”. Il costume: Questo è umorismo macabro e, forse, un po’ morboso, nel senso pruriginoso del termine. Perché? Perché fa indubbiamente ridere. Ma non tutti ridono. Non ridono certo i milioni di vittime della malagiustizia che autorizzano implicitamente la società a concepire l’opinione ricorrente di stampo sessista e androfobo: “E’ giusto che la donna goda, e spesso anche molto, a danno del suo ex-marito, reo della colpa di essere nato maschio e di avere dei risparmi destinati alla sua prole”. Se io fossi una donna non mi piacerebbe essere equiparato al rango di moderne Medea o di Mantidi umane. Ho usato l’aggettivo umano esclusivamente nell’accezione biologica. Non etica. Quante volte mi sono sentito dire: “Beh, è normale che ti abbiano tolto la casa, il figlio e lo stipendio per darlo alla madre. I figli sono delle madri e devono stare con loro”. In questa frase c’è tutto il potenziale nocivo della disinformazione sottoculturale annidatasi in anni di maschilismo, sbandierato come femminismo. Provo a sciogliere l’ossimoro: Attribuire un ruolo solo apparentemente privilegiato ad una categoria, per esempio, quello delle madri, è una limitazione sottesa all’elargizione stessa: “Ti regalo i figli e, in cambio, ti stai zitta e non pretendi altro. Tantomeno i tuoi diritti civili”. Ma quali diritti una donna potrebbe pretendere nella società perfetta del Terzo Millennio? Noi Padri Separati, per esempio, vorremmo che le donne avessero pari opportunità professionali, e non solo, che la statistica rivela essere molto lontane dalla parità. Noi maschi siamo ‘nati male’, come mi disse una volta la mia ex riferendosi a tutti i privilegi che avrebbe riscosso in sede giudiziale in forza della sola appartenenza al genere femminile. Anche lei già sapeva che non esiste la giustizia ma solo l’accezione di tutoraggio ruffiano del genere femminile, condannato ad avere per sempre il solo diritto di essere madre. Il resto? Tutto quello che, a partire da una femmina, vi rende donne, non lo volete più? Di tutto il caos fatto nel ’68 cos’è rimasto se il concetto di ‘patata’ supera quello di democrazia? Cosa è sopravvissuto dell’art.3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali?”. E veniamo al ‘falso ideologico’ perpetrato dall’equazione donne=figli (e basta). Più che una Tautologia, sembra una ‘Tettologia’. Perché la meschine, dietro il diritto di occuparsi dei figli ‘ad libitum’ e senza alcuna considerazione per l’apporto cromosomico paterno, rinunciano ai loro diritti civili. Addirittura tale folklore impedirebbe loro di vestirsi a piacimento, in osservanza allo status di madri, per il quale non sta bene acconciarsi i capelli ‘da ragazzina’ dopo una certa età, e soprattutto dopo aver avuto figli. Un Burka, senza troppi orpelli semantici. Perché una mamma non può anche essere bella? Vi assicuro che la mia, che sta rincorrendo il 78° genetliaco, è veramente bellissima. E non solo perché sono suo figlio. Il mondo cosiddetto civile la pensa diversamente: La ‘donna in età da marito’ appartiene ad una specie che non può mostrarsi bella perché altrimenti il suo status passa direttamente da quello di madonna a quello di puttana. E gli uomini, o coloro che si definiscono tali, cosa fanno nel frattempo? Rincorrono altre donne ricercando quelle che appartengono alla seconda, delle due definizioni. E veniamo all’inganno sociale proprio a danno delle donne. Quelle vere. Non le ladre di galline e di…pulcini, figli orfani di padre vivo, defraudato del ruolo di padre e spodestato del possesso di ciò che gli appartiene per atto notarile. Quelle donne, dovendo appartenere più per stereotipo che per vocazione al ruolo di governanti e di baby-sitter dei loro figli, non devono poter entrare nel circuito in cui ‘razzolano’ quelle altre, le seconde. Le puttane, insomma. C’è rischio che qualche uomo di successo si veda aggredire il proprio harem da qualche altro predatore suo pari. E’ meglio che le donne, e soprattutto le proprie, stiano a casa a badare ai figli. E quindi questi uomini di successo, tra cui ci sono diversi avvocati, giudici, imprenditori, politici, mercanti, surrogano le leggi costituite con un’apposita giurisprudenza affinchè si statuisca la demarcazione, decisa da loro, per i due generi. Si. Ma il cervello, per questi moderni misogeni, che ruolo ha nell’emancipazione femminile? Alto, certo. Ma la patata è patata. E questo basta per fare giurisprudenza, opinione e propaganda. Se la legge promulga che i figli hanno diritto ad un ruolo paritetico con entrambi i genitori, che hanno diritto a mantenere l’habitat precedente alla separazione, senza subire scossoni, il sistema giudiziario inventa l’arbitrio giurisprudenziale che sfregia l’art.155 comma 1 della legge 54/2006 istituendo una presunta locuzione causidica chiamata ‘Collocamento prevalente’ svilendo quell’habitat, fatto di affetti e di famiglia, surrogandolo al rango dei mattoni della casa, cosiddetta coniugale. Nel frattempo, questi sapienti maestri dell’artifizio, senza il fardello seccante dei propri figli riattaccati forzatamente al capezzolo della madre in età tardiva, si concederanno il tempo di andare a insidiare le mogli degli altri e le puttane, con la coscienza pulita per aver pagato il mantenimento dei propri figli solo con del vile denaro sonante e non con la loro presenza. Le carezze di un padre? Il suo sguardo severo, antesignano del rigore del mondo che incontreranno quando saranno più grandi? Ciò non è contemplato. Per i tribunali, il padre può essere surrogato dalla madre androgina, tuttofare, incapace di essere più madre né padre. Per la logica dello scompiglio questo va bene. Laddove il buon senso lavora per accorciare le distanze, per dare a Cesare ciò che è di Cesare, il complotto delle professioni ‘tribunalizie’ inverte tale rotta efficace. Si dà a Caino il possesso del patrimonio di Abele e si immola la bigenitorialità scaraventandola giù dalla torre di Babele in cui sono depositate le sentenze delle separazioni coniugali. Quel ‘sano’ scompiglio indurrà frotte di derelitti a spendere cifre spaventose, che non possiedono più, nel miraggio di recuperare una parte dell’eredità, destinata ai loro figli, e parte dei figli stessi, allontanati fisicamente e moralmente dalla componente paterna. Ciò porterà enormi guadagni nelle casse di un sistema giudiziario, decuplicato rispetto al numero di addetti di altre nazioni europee, che vuol’essere foraggiato, noncurante dell’assedio da parte della crisi economica. La magistratura, al pari di altre categorie professionali, senza escludere quella a cui appartengo per contratto di lavoro, non è esente da autoreferenzialità. I figli del ‘68 ora impongono alle donne solo i diritti che si sentono di concedere loro. E questi figli di una logica puttana, che nel frattempo hanno raggiunto spesso posti di responsabilità sociale dimenticandosi di tutti gli altri diritti delle donne, talvolta le comprano con il bottino sottratto coercitivamente ai loro ex-mariti. Un pegno d’amore gratuito, in quanto non attinto ai propri beni, depredato alla categoria dell’Homo sapiens pater. Da molti anni la giustizia familiare ha selezionato questa inedita specie umana, staccatasi moralmente e sempre più geneticamente dal ramo di quei rozzi ‘uomini di successo’. La nuova specie, derisa dai figli
del neo-ruffianesimo con l’uso di epiteti homofobi quali ‘Mammo’ e ‘Padre assente in quanto non-pagante-abbastanza’, considera le donne tanto pariteticamente da voler condividere con loro la responsabilità e il piacere di crescere i propri figli tanto in costanza di matrimonio quanto oltre quel momento. Soprattutto. La sacca dei non-paganti, perché impoveriti proprio da coloro che li stigmatizzano per le conseguenze delle condizioni in cui li hanno ridotti, aumenta a dismisura dilagando nella povertà di una nazione già povera come una capsula linfonoidale ingrossata dal cancro dell’olocausto separativo. Agli eventuali benpensanti, che già provano a indignarsi per tale accostamento con quella tragedia storica, porgo la dimostrazione che la legittima. L’Olocausto è la sistematica e pianificata distruzione di un’intera categoria. I Padri separati ne costituiscono una. La consistenza del fenomeno della loro rovina è quella del genocidio: quattro milioni di cittadini, soltanto in Italia. Ancora, l’annichilimento della persona umana e della sua personalità, minando tutte le forme di dignità genitoriale, patrimoniale, umana, della salute, sono ampiamente sperimentate dai maschi separati. La deportazione è una costante di ogni olocausto. Avete mai visto un padre separato che non viene sbattuto fuori dalla propria casa e allontanato, magari, a decine di chilometri di distanza dai suoi figlioli? Non basta, mi direte: ogni olocausto che ‘si rispetti’ ha il suo saccheggio. Non ci siamo fatti mancare neppure questa vergogna: tutti i beni materiali vengono regolarmente espropriati sottilmente mantenendo la facciata della proprietà, alienata del necessario possesso. Vorrei non possedere nulla e avere il possesso dei beni della mia ex. Mentre lo scrivevo ci ho ripensato: mi tengo quello che resta della mia dignità e onestà declinando tale disgustoso approfittamento. Io non sono come quei razziatori legalizzati che rendono homeless i legittimi proprietari di case. Chi sta leggendo queste righe e resta ancora perplesso sulla definizione, implicitamente la sta confermando: il negazionismo è l’ultimo requisito di questa carneficina da legal-thriller. Ma veniamo al concetto di costume: quello che infracidisce il cervello con il bombardamento di frasi pericolose e con la loro accettazione meschina e genuflessa. Quando un fatto è sentito da un popolo così tanto da rendere disinvolte certe barzellette o certe canzoni, allora esso è entrato nel costume. (K.Carson). Il divorzio come occasione di accaparramento e vessazione è ormai solo permeato ma, quel che è peggio, è giustificato dall’italiano medio, esattamente come essere neri era considerato uno status necessariamente infimo, cinquant’anni fa negli USA. La discriminazione sessista in Italia, invece, abbassa la qualità civile ad un livello medio-basso e si misura con l’ipocrisia sbandierata da coloro che spergiurano di credere nella magistratura, quando sono intervistati in TV, ma soltanto perché ne hanno paura. Una giustizia che fa paura alla gente perbene, invece che ai mafiosi, è ingiusta e malvagia e merita di essere riformata dalle fondamenta. Fra cinquant’anni, in questa nazione involuta, un padre separato diventerà Presidente della Repubblica, esattamente come ora un nero è Presidente degli Stati Uniti. Per ora, la giustizia non viene sentita come concetto ma soltanto come nome proprio di ministero. Poco credibile, perché abusato.

Contatta Carlo Zeuli

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

Cosa ne pensi?


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: