Giù la clèr dello storico Caffè della Pace

Sparisce il Caffè della Pace mentre la politica resta a guardare. Nota integrale di  Fabio Mina, presidente della Lupe Roma.

Un altro pezzo di Roma se ne va, mentre la politica guarda altrove. L’Ufficiale giudiziario ha notificato lo sfratto esecutivo al Caffè della Pace, è solo questione di tempo ma stanno per abbassarsi definitivamente le serrande su uno dei luoghi simbolo della città. Assisteremo alle dichiarazioni contrite dei vari amministratori, non ne dubitiamo, tutti affranti per la scomparsa di una bottega ultracentenaria ma, ci diranno tra le righe o apertamente, non si poteva evitare, l’iter legale seguito dalla proprietà è inattaccabile.

Onestà intellettuale e politica chiederebbero un dignitoso silenzio, soprattutto quando non c’è volontà o possibilità di far seguire alle parole i fatti. Ma si sa, il silenzio non porta consenso, le dichiarazioni, sia pure solo di principio, sì. E allora tutti presenti quando c’era da fare passerella e foto davanti dal Caffè per sostenere la proprietà, tutti prodighi di dichiarazioni rassicuranti, parole di sostegno alla famiglia Serafini sono piovute a raffica. Parole, appunto. Di fatti neanche l’ombra.

Restano le 35mila firme raccolte dalla Lupe e dall’associazione Botteghe Storiche di Roma e Cna Città storica, del battagliero presidente Giulio Anticoli. Resta la nostra volontà di combattere fino all’ultimo per tutelare un patrimonio della città tutta, non solo della ristorazione romana o della famiglia Serafini.

Resta la fotografia di una città che perde pezzi, in centro come e di sicuro più in periferia, mentre sui ponti di comando si discute di multe e giri di valzer in Giunta o si elevano calici in surreali brindisi a inaugurazioni di brevi tratti di metropolitane che, chissà quando, collegheranno periferie devastate al centro desertificato.

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